Le mostre dedicate a Mario Schifano (Homs, Libia, 1934 – Roma 1998), specie negli ultimi anni, non sono state lesinate. Dagli spazi privati a quelli pubblici. Perché dunque un’altra mostra per Schifano? In primo luogo, quest’antologica ha dimensioni museali, con oltre cento opere. Inoltre, nella manciata d’anni considerati, grazie alla sua irrequietezza e curiosità, Schifano attraversa fasi dello sguardo nelle quali altri artisti si sono “impantanati” per una vita. Di più: la mostra è una tappa nel percorso tripartito ideato da Giorgio Marconi, che nei prossimi anni allestirà altre due personali dedicate agli anni 1964-66 e 1967-70. Fatto non meno importante, il curatore e patron della Fondazione ha avuto un rapporto strettissimo con l’artista sin dal 1963, poi con la partecipazione di Schifano alla mostra inaugurale dello Studio Marconi nel 1965 e una personale nel dicembre dello stesso anno.
Il percorso conduce dunque dal monocromo, apogeo delle avanguardie e dell’informale, sino al confronto con quegli elementi esterni che ha condotto qualcuno a volerlo incasellare nel Pop all’italiana. Un’etichetta che non si addice affatto all’artista, in primis per la sua stessa indole, che certo non permetteva una così agile classificazione critico-storica. Infatti vanno considerati almeno due elementi: che una fase tanto sconvolgente come quella del monocromo -si pensi all’esito al quale giunse drammaticamente Rothko– dura appena qualche mese, mentre d’altra parte i nuovi media coi quali si confronta Schifano, dalla TV alle indicazioni stradali, sono recepite con un criticismo tale che lo distanzia di molto dai suoi anacronistici “padri” statunitensi.
Si comincia dal 1960 coi monocromi privi di campiture omogenee, “disturbati” in maniera dadaista da numeri dipinti al centro dello spazio pittorico (Solo verde), da ironiche indicazioni paratestuali (Senza titolo, smalto su carta), da supporti resi svasati (Aut Aut) e pass-partout bianchi sui quali sgocciola il colore (Senza titolo). Lo sbarco a New da Ileana Sonnabend incrina immediatamente questa procedura, intervengono forme rettangolari
Un cenno infine al catalogo, che raccoglie molti contributi dell’epoca, dal compianto Emilio Villa a Nanni Balestrini, da Goffredo Parise alle dichiarazioni dello stesso Schifano.
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