Potrebbe essere una mostra interessante, sia perchè coinvolge espressioni artistiche diverse sia per il carattere sperimentale con cui si pone, ma purtroppo si perde clamorosamente nell’allestimento. Delle quattro installazioni proposte solo una parte è fruibile sin dall’inizio della mostra; le altre saranno visibili solo da metà aprile: viene da chiedersi perchè non inaugurare in quella data…
Entrando nella galleria ci accoglie un colore bianco uniforme reso diffuso ed opaco da luci violette, il camminare diventa anomalo ed incerto a causa di un pavimento reso ruvido da uno strato abbondante di sale grosso. Le luci, il colore e il pavimento sono dunque elementi interessanti che coinvolgono il visitatore; peccato che questa poi si perda nella scarsa efficacia dei lavori proposti.
La prima installazione, del cipriota Alexandros Kyriakides, sviluppa la ricerca in un video che mina l’immaginario dello spettatore con situazioni limite tratte dall’immaginario dei videogames (foto sotto). Una serie di personaggi con gli occhi bendati si alternano nel tentativo infantile di attaccare una coda ad un asino. Il video è graficamente elementare, girato con camera a mano, sfumato e in bianco e nero, come a rappresentare qualcosa di non definito e non definitivo attraverso scenette tratte dal linguaggio mimico o dei film muti. Ma non si coglie, al di là del divertente e simpatico aspetto comico, nessun altro significato, e certamente non quello del rapporto fra uomo e macchina proposto invece come tema generale della mostra.
Le performances musicali di Wang Inc. e Reiky, pseudonimi di due autori italiani di musica contemporanea ed elettronica, non lavorano su concetti come la perfezione e la pulizia ma, al contrario, sulla ricerca dell’imperfezione e di frammenti musicali che rendano il senso di incertezza e di dispersione. A partire da questi suoni si svilupperà anche il lavoro
Infine, il lavoro di Paololuca Barbieri che invade tutto lo spazio centrale della galleria. Si tratta di una grande cellula (il titolo infatti è proprio “Cell – the subatomic mother fuck” le due foto in alto) in cui il visitatore è invitato ad entrare singolarmente e a sostare per vivere come in un mondo altro, diverso da quello esterno, in cui si alternano luci e suoni che si riflettono sulle pareti impregnate di segni pittorici. Se da una parte si viene colpiti e spiazzati da questo elemento in parte biomorfo (la forma sferica e l’ingresso fagocitante) e in parte meccanico (i vari cavi che vi entrano e il bozzi che lo avvolgono), dall’altra la performance a cui si assiste all’interno ha poca pregnanza e non pare rispondere al tema della colletiva.
Si ha la sensazione di aver visto una rassegna di lavori poco concludenti ed incerti… forse letto in questa direzione potrebbe assumere anche un senso il titolo della mostra, che esprime proprio nella parola “quasi” l’incertezza e la non definizione totale.
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