Flavia Mantovan (Roma, 1979) è in cerca del Mito, di un ideale, ma senza premesse divine. Questa giovane pittrice romana fa scorrere in mostra iridescenti oggetti del desiderio e immanenti paesaggi da rotocalco. In ogni dipinto la definizione del tratto, né troppo decisa, né prontamente formale, scarta e rovista instancabile, alla ricerca di un primo piano, di un volto che non passi, un divus che maliardo luccichi. Sempre.
Un occhio, quello della Mantovan, decisamente troppo vicino alle scene da fotografia mondana. Nel suo modo di stendere il colore non c’è trascendenza, fatta eccezione per le sporadiche colature che spezzano la campitura “intonsa”, al riparo dalle avversità della materia. Deserti inattaccabili, inesplorati. Quel che emerge è quindi una sgargiante densità che appiattisce. Il tempo pittorico risulta rapido, anche se non immediato, riducendosi al momento di uno scatto. Un click pronto a catturare la posa di quell’attore, modello, pugile, cantante o personaggio che restituisca intatta la Vanità della presa. Vanità boriosa di un contemporaneo senza più canoni di bellezza, eccezion fatta per la perfezione. E solo in questo modo, scivolando, in frivole fantasmagorie, instancabili, cambiano e scorrono i soggetti scelti. Copertine di riviste, volti femminei, incarnati tersi e occhi scavati dal languore.
Fra queste immagini “poco dipinte”, l’ideale sfiora di un pelo il banale, dopo che entrambi si sono dilungati in una fuga costante, l’uno verso l’altro, confondendosi, fino allo sfinimento. Alla fine del percorso artistico, però, l’appetito di notorietà si dichiarerà sazio, mordendosi la coda in atto di appagamento narciso.
Seguendo in parte questa direttiva, la Mantovan diping
Il risultato è uno sciamare incontrollato di rossi, gialli, verdi e bianchi iper-contrastati. Scale di colore che sembrano ancora rilasciare l’odore chimico della vernice fresca, senza indicare profondità alcuna. Tutti i ritratti sono per lo più frontali, sottoposti ad a-dinamiche riproduzioni vistose, simili a maschere ispessite, a collezioni da vetrina di miti generazionali. Solo nel caso di 7,99, la Mantovan arrischia uno scorcio tesissimo, dal basso verso l’alto, arrivando a perforare, senza troppi veli, la posa ammiccante di una mano che fa strada verso il corpo di una modella.
Nel complesso dunque, un tono estetico che poco si ferma a scandagliare la fluiditĂ , vorticando e mischiando in perpetuum occhi color impossibile, labbra gelatinose, corpi senza la pace della vergogna e motti che solo la stampa, oggi esalta e, ad ogni costo, squilla.
ginevra bria
mostra visitata il 31 ottobre 2006
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davvero brava, bell'articolo..