Usa ago e filo per esprimersi, Laura Matei (Romania, 1965). Nell’installazione realizzata per gli spazi dello Studio Visconti, cuce pellicola domopak plasmando sagome di persone. La ricchezza di dettagli individuali e l’espressività danno l’idea che le figure siano state fermate, cristallizzate, colte in medias res, nel pieno delle proprie vite, mentre incedono sulla strada. Sicure e fragili al contempo. Già in Nadia Comaneci -opera vista alla Fondazione Sandretto nel 2004- le figure trasparenti esprimevano leggerezza e forza, pur poggiando su instabili cuscini e gomitoli di lana.
Tra le mani dell’artista i materiali poveri, quotidiani assumono una nuova dignità : il filo conduttore che lega la sua produzione cuce la tela o la plastica, si intreccia al tema della memoria personale e collettiva ed al senso diffuso di precarietà e transitorietà . Il percorso si articola in tre tappe che vertono sul difficile rapporto tra l’uomo ed il contesto urbano.
Nella prima sala un uomo ed un donna camminano sulle strisce pedonali, attraversando il fiume di automobili che scorre nelle vie di una città caotica, in cui a ritmi alterni si consente alla gente o alle macchine di proseguire: le due figure si vanno incontro, separate in due teche differenti, fragili come la pellicola trasparente di cui sono fatte. Entrambe sono metafora del pressante ritmo di vita e dell’inevitabile necessità di mettere in conto una dose di rischi quotidiani. Un rapporto vizioso di dipendenza lega, infatti, l’uomo alla macchina: da creatura diventa una minaccia da dominare e sopraffare di cui, però, non si può fare a meno.
Nella seconda sala si trovano cinque spirali sui cui sono parcheggiate alcune macchine costruite con il cartone, una diversa dall’altra. Riposano sotto un telo nero in un sonno forzato: l’uomo le ha coperte e posizionate in ordine nei silos a spirale che –spiega l’artista- vanno verso l’alto, all’infinito.
E’ l’inizio dell’illusione: si passa alla terza tappa del percorso. Nella sala affrescata un pavimento a mosaico fa da cornice ad una serie di semisfere in plexiglas: campane di vetro, sotto le quali si trovano altrettanti piccoli microcosmi. Ognuno spazio vitale che protegge proprio dalle macchine, ormai nemiche. Questa per l’artista è la dimensione dell’utopia, cupola di ossigeno per sopravvivere, “ciambella di salvataggio” che rappresenta l’illusione di essere invulnerabili. Così da materiali semplici ed impalpabili prende forma il percorso che, in un crescendo, culmina in un sentimento di vendetta dell’uomo sulla macchina. Ma rappresentato con grazia e sobrietà minimale.
francesca ricci
mostra visitata il 14 ottobre 2004
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