Se oggi, come viene spesso ripetuto, la realtà è influenzata dal cinema e dalle altre grandi narrazioni collettive tanto quanto queste sono influenzate da essa, allora Paul Beel (Westlake, Ohio, 1970) è un ottimo interprete della realtà contemporanea. Egli si dimostra pittore abile tecnicamente tramite la messa in immagini di suggestioni narrative letterarie o cinematografiche che fioriscono nella testa dell’artista in una artisticamente feconda sovrapposizione di realtà ed immaginazione.
I soggetti delle tele del pittore statunitense trapiantato a Firenze sono in partenza soli, estremi, alienati, persi; tramite la sublimazione estetica operata da Beel essi diventano sospesi, meritevoli di empatia da parte dello spettatore, stancamente speranzosi.
L’interazione fra personaggio e sfondo, che pure rimangono distinti e su due livelli diversi, è fondamentale in queste opere. Laddove lo sfondo retrocede a pura contestualizzazione della presenza umana questa chiama lo spettatore ad uno scambio di sguardi. In altre tele lo sfondo chiude quasi completamente il campo visivo, lasciando al personaggio poco spazio e il compito di adattarsi alla forma irregolare e scomoda della porzione di spazio che gli resta.
Scenari più delineati compaiono nei quadri derivanti da esperienze personali di Beel, nello specifico le paure suscitate in lui dall’attesa della propria paternità. Ecco un quadro in cui una culla ospita uno scheletro che si erge in piedi sulla struttura vuota, mentre in Basic human needs una donna incinta è immersa in uno scenario quantomeno inquietante e sembra aver dimenticato l’altro suo bambino appoggiato come un oggetto su un bidone.
Beel rielabora l’immaginario della narrazione (letteraria, cinematografica e fumettistica) degli ultimi vent’anni, puntando poco sull’elemento di intersezione fra uomo e macchina e declinando più “umanisticamente” la desolazione e la voglia di riscatto contemporanee.
Il distacco, rispetto a prove precedenti, da un’estetica “di genere” giova all’universalità della pittura di Beel, servito in questo dalle ottime doti tecniche e dalla sua abilità di “particolarista”, nonchè dalla sua riflessività genuina e sincera anche se – sempre meno- naif.
La nota dolente è per lo spazio espositivo: gli spazi della Fabbrica del Vapore, rispolverata per l’occasione, non riescono ad interagire a dovere nemmeno con un artista così ruvido come appare Beel, in questa ultima serie di opere.
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stefano castelli
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