Dire di essere giovane e americano, oggi equivale a non dire nulla.
L’identità culturale è una soluzione di origini geografiche, musica hip hop, cucina piccante del Nord del Messico, ricordi di famiglia, Hollywood, scarpe da ginnastica in pelle, slang di quartiere, occhi a mandorla, canali tv, balli caraibici…
Se le tradizioni scompaiono in un contagio/amplesso tra culture diverse, non stiamo forse assistendo semplicemente alla nascita di nuove culture, non meno solide seppure giovanissime? In altre parole: le culture figliano
Il primo passo è restare in mutande. Al banco del servizio di rimozione marchi (Brand Removal Service di Robin Moody) possiamo scegliere di consegnare abiti, occhiali e orologi e i loghi commerciali verranno, prontamente e con perizia, scuciti, cancellati, limati o nascosti sotto toppe anonime. Una sorta di tintoria della propaganda commerciale, una sartoria che ripara gli abiti a misura d’uomo.
Analizza la cultura consumistica anche il lavoro di Ester Partegàs nella serie Detours. Lo shopping è un’attività curiosa se pensiamo che ci gratifica e, allo stesso tempo, ci imbarazza al punto da spingerci a giustificarci, un vizio come sono la gola e l’avarizia, ma con una punta di imbarazzo in più. I grandi scontrini, riprodotti con il disegno, fanno il verso alle frasi che usiamo recitare per giustificare l’irrefrenabilità dello shopping, “Mi sento di merda”, “Succede solo di tanto in tanto”.
L’opera di David Opdyke mette in discussione l’esistenza della possibilità di scelta, tanto in qualità di consumatori quanto nel ruolo di elettori. Propone la mappa statunitense utilizzata nelle ultime elezioni presidenziali, una sorta di modellino che riproduce una qualsiasi periferia con case, vialetti e piscine, dove le zone in blu o rosso distinguevano i territori a maggioranza democratica o repubblicana. Guardando il modellino in lontananza si distinguono i loghi della Pepsi e della CocaCola, anch’essi hanno conquistato sulla mappa zone distinte. Il dubbio insinuato è che la nostra libertà
Rico Gatson lavora sulla dissonanza tra lo sfavillare delle luci e l’ombra del razzismo: in Jungle Jungle ci propone una sequenza di King Kong (1933) dove l’eroina bianca viene sacrificata dagli indigeni selvaggi, l’artista crea un montaggio caleidoscopico e iridescente che sottolinea il meccanismo di persuasione dello spettacolo. Il secondo lavoro Fiery Cross, è una grande croce fatta di lampadine colorate che richiama le croci infuocate del Ku Klux Clan, un non lontano esempio di propaganda luminosa. Lo scopo delle luci americane, che siano quelle del cinema o quelle delle insegne luminose, è da tempo quello di accecare, i pensieri più che gli sguardi.
Anche nelle fotografie di William Cordova viene discussa l’abilità dell’industria dello spettacolo di creare una nuova mitologia, nelle sue fotografie,
Questa grande illusione americana si mescola nelle opere di altri artisti in mostra con il motivo delle origini, dell’identità razziale e culturale. Un indiano Cheyenne diventa una ridicola indossatrice per una casa di moda nel lavoro di Bently Spang. Le geishe delle stampe cinesi hanno la pelle nera nei dipinti di Iona Brown, perchè il genere e la razza non sono più elementi di determinazione culturale. Jeff Thomas ha fotografato per diciotto anni il figlio Bear, per verificare come un indiano cresce, cambiando look, come si confronta con la società e con i monumenti commemorativi davanti ai quali posa l’ultima generazione indiana.
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