Ritornare all’infanzia. Immedesimarsi nel bambino, nei suoi primi passi, nel suo approccio col mondo. Sarebbe la chiave di lettura più naturale delle nostre vite. Di ciò che siamo oggi. Tornando indietro nel tempo, ci accorgeremmo che tutto è partito, inequivocabilmente, dal gioco. Le conoscenze basilari, la scoperta dello spazio, il confronto con gli altri e con l’altro da sé -la sfera cognitiva, per dirla con Jean Piaget– hanno, infatti, un’origine prettamente ludica. Dall’infanzia all’arte, poi, il passo è breve. Il punto di partenza e le metodologie con cui portare avanti le rispettive indagini sono infatti i medesimi. Muta il traguardo, l’esplorazione per il bambino, l’introspezione per l’artista. Gli oltre quaranta creativi che hanno risposto all’invito di Adelina Von Furstenberg e dell’ONG Art for the world, per la mostra Playgrounds and Toys, sono partiti da queste premesse. Allargando il discorso sull’Homo Ludens alla tematica sociale dell’infanzia negata, che tanto affligge le zone disagiate, in cui la crescita avviene unicamente attraverso uno scontro selvaggio ed immediato con realtà troppo dure per concepire il lusso del gioco. Così l’intervento creativo -basato sull’utilizzo per tutti di materiali morbidi, e ottenibili facilmente- studiato tramite manovre di regressione, intesa come stimolo positivo per realizzare parchi a misura di bambino, si pone come presenza strutturale in grado di andare ad integrarsi con le situazioni a rischio, gli orfanotrofi, i paesi del terzo mondo. Diventando isole felici di umanità , avulse dalle brutture circostanti.
Assomiglia alle atmosfere di Alice in Wonderland, il progetto di Paola Di Bello, in cui gli oggetti della quotidianità , -un cucchiaino, uno specchietto, un calzascarpe- si trasformano in scivoli, altalene, giostre, parafrasando la realtà comune con il dispositivo del riconoscimento. Interessato a creare delle relazioni con l’altro è invece Flavio De Marco, che costruisce una città in miniatura, cui fa da contraltare il labirinto escogitato da Igor Antic, con la volontà di innescare la scoperta dello spazio, o il puzzle di Joseph Kosuth, che alletta il fruitore con la possibilità di comporre attraverso un numero invariato di pezzi un’immagine di dimensioni ambientali. Fino al tappeto per i più piccini di Eva Marisaldi, il bosco da modificare, senza regole di sorta, orchestrato da Luca Pancrazzi, il percorso proteiforme, tutto da esplorare, come in un’avventura, in cui è il corpo ad essere protagonista, ordito da Vito Acconci.
Resta per tutti, la necessità di non condurre il gioco, lasciando al bambino, portato a riflettere, soprattutto sul rapporto tra se stesso e lo spazio, un ampio margine d’invenzione. La libertà di vivere il parco come metaluogo poiché il gioco, diceva Gregory Bateson, è un metalinguaggio, in cui permane la consapevolezza di agire in maniera fittizia. Di essere in uno spazio irreale. Dove tutto è un gioco da ragazzi.
santa nastro
mostra visitata il 28 ottobre 2005
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