In galleria, le scultupitture di Saverio Pieralli (Firenze, 1966) e Valentina Favi (Firenze, 1974) esplodono prepotenti. È difficile, per l’occhio che osserva, entrare in armonia con la sovrastante parte cerebrale, decidere immediatamente dove posarsi e sapere se è giusto il punto che ha scelto per fare atterraggio.
Sarà forse colpa delle dimensioni, che superano di gran lunga i due metri per due, oppure dei colori fluidi, a tratti battenti, racchiusi all’interno della materia senza scriminature. Ma le installazioni architettoniche dei due artisti fiorentini dissestano con energia la parte pensante del sistema ottico. Il duo, che da anni ha scelto la sintonia di coppia per creare e proporre i propri lavori, torna a Milano con una serie di opere dal ritmo pulsante, morbidamente ossessivo. Pieralli e Favi per assemblare le loro Underconstruction utilizzano materiali autoportanti e decorativi che vanno dal poliplat alle pellicole plastiche adesive, per arrivare alla scelta di compensati e assi da bricolage.
Le impalcature che sottendono il lavoro di pastiche, infatti, sono assi leggere senza alcun particolare pregio tecnico. Il perimetro strutturale di questi varchi visionari, invece, è quasi sempre ligneo e costringe la materia colorista del collage ad adattarsi al di qua di una gabbia esterna. Una casella destrutturata ma moderatrice che fa da binario. Nel mezzo di questi fence, invece, gli accostamenti dei film adesivi disegnano spirali e gole che attirano tutta la materia reale circostante verso un centro indefinito. L’effetto è quello del contenuto che precipita e porta con sé, per raschiamento, il proprio contenitore.
Si può affermare senza indugio che il gioco di questi lavori è un esercizio di assorbimento prospettico mono-direzionale. Questi pozzi di finto-marmo, finto-granito e finto-legno si propagano attraverso il muro e centripetano su se stessi a rallentatore, sempre in bilico tra reale e sovra-reale. In tutti i casi, le ragnatele ipnotiche, che guidano lo sguardo attraverso gli sbandamenti del punto di fuga, sono un ottimo escamotage per infittire l’impianto decorativo delle pellicole e per creare una sorta di stacco. Una sensazione di distanza che si sposta.
In ogni Undeconstruction, dunque, la linea di profondità scappa in direzione frontale rispetto a chi osserva, spostando di 90 gradi il vettore gravitazionale. Lo spettatore, per intenderci, avrà a lato del proprio corpo un dubbio, una X spaziotemporale, una variabile indefinita. Una possibilità visiva spalancata su un cantiere aperto che si scava come una miniera e che, forse, arriva più a fondo. Degno di nota è il cambiamento e lo spaesamento che regalano colature e interruzioni all’interno del percorso pittorico. Da rimproverare, a volte, invece, è la ripetizione seriale, e non sempre gioiosa, del gioco inventivo visionario-scopico. Quel moto che, a tratti, richiederebbe un più vivo richiamo con l’esistenza di altre forme tridimensionali o banalmente più quotidiane.
ginevra bria
mostra visitata il 1 marzo 2007
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