Günther Förg (Füssen, Germania, 1952) torna a Milano graffiando. Nonostante l’età e l’affievolirsi delle attività di esposizione al pubblico. Anche il suo caratteristico approccio monocromatico si dirada leggermente, ma comunque torna, ben impresso, e sempre pronto a rappresentare. A riflettere campiture di colori che a volte sferzano e altre volte, meglio, spatolano il retro bianco del supporto. E che sia carta o tela, poco importa. L’aggressione spavalda dell’incisione, di quei solchi lasciati da pennelli e matite, diventa solo una trappola. Una tenaglia per chi si fa prendere dall’apparenza del disordine. Da quella sicurezza, dovuta alla lunga esperienza, che precede e carica la stesura veloce dei grumi di colore. Bistrattandoli.
Invero, la sensibilità compositiva di Förg è di facile lettura, anche se a tratti precipita, risultando restrittiva e ripetitiva in sè. Ogni lavoro è una sorta di pentagramma macchiato. Una griglia immaginaria presa d’assalto dagli impasti tiepidi dei tubetti, tubetti riversati in musica, fuori dalla tavolozza. Quella tavolozza tanto fragile quanto abile a mettere in mostra l’intelaiatura del tratto e la compattezza colorista. L’artista tedesco, per questa personale milanese, riunisce lavori che rappresentano un percorso. Dieci anni di collaborazione con la galleria di Salvatore e Caroline Ala.
In mostra sono presenti dipinti inediti. 19 acrilici su tela di cui
A causa delle campiture monocromatiche, aspetto bandiera della pittura di Günther Förg, il suo lavoro, anche negli ambiti di ricerca recenti, sembrerebbe accostabile alla corrente minimalista. Ma un attento esame delle scriminature tra lavoro e lavoro dimostrano due intenti nella pittura dell’artista tedesco. Il primo è il caos bilanciato. La sua attenzione per la mimica minimalista è una sorta di autolegittimazione e, allo stesso tempo, di denuncia della sparizione. Di quella caduta degli ideali modernisti che oggi risulta necessaria. Il secondo fattore è un elemento barriera, nei confronti del gesto pittorico. La sua lotta contro l’ambivalenza tra arte e ritratto dell’arte si manifesta così con questa rapida presa brutale del vuoto, che viene scalfito e ripreso, dopo essere stato mascherato dai rossi intensi o dagli ocra ingialliti.
ginevra bria
mostra visitata il 17 maggio 2007
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