Che fosse il momento di un altro grande show in stile Mercurio si percepiva da qualche tempo. E quando due baldi giovani in tuta attillata e haringizzata hanno cominciato a percorrere le vie di Milano a bordo di una fiammante Chrysler, main sponsor della manifestazione, s’è capito che la gestione “manageriale” di certi eventi semplicemente funziona. Specie se alle spalle (non) c’è un’amministrazione locale e nazionale alla quale interessi realmente la cultura. Ben vengano allora i finanziatori, ancor meglio se sono così discreti nel merito della mostra in senso stretto.
La mostra, appunto. Curata dallo stesso Mercurio e da Julia Gruen, per anni assitente di Keith Haring (Reading, Pennsylvania, 1958 – New York, 1990). Con un nucleo di opere notevole: un centinaio di dipinti, quaranta disegni, oltre alle sculture e ai lavori su carta. E una sezione documentaria che non è soporifera, come invece spesso accade. Dalle fotografie ai video, ci si può trascorrere una buona oretta col sorriso sulle labbra. Perché Haring è sostanzialmente questo, se per una volta si mette al bando l’intellettualizzazione forzata. È colore, segno, linea divertenti. Solari, gioiosi, si scelga l’aggettivo che prediletto in questa costellazione semantica, che riluce con un vigore e una freschezza per nulla adombrata
Si comincia con qualche fotografia d’epoca, con le smorfie plastiche di Haring. E si entra subito nel vivo del percorso, anche perché gli spazi del pianterreno della Triennale non sono fantastici. A partire dai disegni risalenti ai primi anni Ottanta e ai “graffiti” nati dall’atmosfera della metropolitana newyorkese. In uno dei video presentati si vede uno Haring poco più che ventenne mentre intervista i passanti e chiede loro cosa ne pensano di quegli “scarabocchi”. Con reazioni talora inaspettate, come quando un’anziana signora si dichiara ben contenta di un po’ di colore nei grigi antri ipogei. Ma l’istrionico Haring si smarca presto dall’etichetta di imbrattatore (!) e si mostra versatile più di quanto s’immagini. Per esempio quando fa scorrere i suoi pennarelli sulla superficie di orci e vasi in perfetto stile Old Greek, o si riallaccia alla tradizione degli indiani d’America creando i suoi
Si potrebbe gridare allo scandalo, e probabilmente è anche accaduto, vedendo i nostri (?) capolavori classici ricoperti da omini e ghirigori, con la chioma e i peli pubici di un bel verde acido e altri cromatismi simili. Ma che effetto farebbero, giusto per dire, un paio d’esempi di tal fatta nel grigiore di uno dei tanti musei archeologici italiani, dove regnano un polveroso silenzio e volti seriosamente atteggiati? Che la Pop Art in versione Haring – un’interpretazione che per molti versi è superficiale – sia riuscita a far sorridere i cadaveri, è uno dei suoi meriti. Che poi vada storicizzata e accademizzata, certo. Ma speriamo che non la si incupisca più della percentuale fisiologica.
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l'unico commento possibile e di andare a vedere la mostra.
mostra ben organizzata.esplicativa sia della vita-pensiero che dell'opera dell'artista.
ce ne vorrebbero di più .