Secondo capitolo di una più complessa trilogia, l’installazione Limbo è protagonista della prima mostra personale di Marcella Vanzo (Milano, 1973) nella sua città. La sede di Via Melzo della galleria Guenzani ospita alcuni schizzi, una fotografia e un video, proiettato all’interno di una grande struttura in legno a forma di casa, rivestita di un tessuto morbido dal colore neutro. All’interno dell’installazione viene proiettata la sequenza video, montata in un’unica narrazione, composta però di due diverse sezioni: il lavoro si apre con l’immagine del set di una foto di famiglia, in un interno scarno e privo di riferimenti.
La matriarca e due generazioni della stessa famiglia stanno raccolte, in posa, con lo sguardo fisso all’obiettivo, in una sorta di tableau vivant. Dopo alcuni secondi il gruppo si muove, lasciando la stanza vuota per spostarsi in un ambiente altrettanto gelido, al centro del quale campeggia una tavola elegantemente apparecchiata in stile impersonale e minimalista (le stoviglie, così come le portate e gli abiti indossati dalle persone sono di colori neutri e spenti).
L’attenzione, in questo modo, è tutta puntata sugli attori, che sembrano recitare sé stessi, raccontandosi e raccontando di un’istituzione: la famiglia. Le relazioni forti, intense e imprescindibili che legano queste persone vengono sottolineate e materializzate dall’artista grazie a delle fettucce, strisce di stoffa color carne, che uniscono i polsi di tutti i personaggi.
La cena comincia, ed è un gioco di movimenti che richiama alla mente l’eleganza e la sinuosità di uno spettacolo interpretato da burattini senza fili, orchestrato da un regista invisibile e onnipresente. Al movimento di uno corrisponde l’azione dell’altro, in una continua mediazione che è fisica quanto psicologica.
Quando l’occhio della camera si sofferma dall’alto sulla tavola, è un alternarsi di mani e di braccia che sembrano danzare con un coordinamento improvvisato, ma nello stesso tempo naturale, spontaneo e perfettamente fluido. Fino al brindisi finale.
Il video è parte integrante della trilogia The House Project, lavoro che intende scavare sul complesso equilibrio di relazioni interpersonali costituito dalla famiglia, dalla casa, dall’intimità dell’interno privato. Il primo capitolo, Ama, mette a confronto due diverse generazioni di donne, mentre Limbo sembra lavorare più strettamente sull’universale ambivalenza dei complessi legami affettivi. Tensione e slancio, determinazione e ostacolo, unione e separazione: tutto questo si fonde in una lettura del quotidiano che ne enfatizza la profonda ambiguità. A questa metafisica visione d’insieme si contrappone la singolare connotazione data ad ogni personaggio da una diversa protesi ortopedica, indossata come una naturale proiezione di sé, a sottolinearne forze e debolezze.
La colonna sonora del video è il suono del sangue dell’artista che scorre, suono che sospende la scena in una dimensione atemporale e trascendente e che quasi ne cancella il forte afflato personale. La famiglia ripresa è infatti reale, come si scopre dai nomi che scorrono tra i titoli di coda, ed è quella (allargata) dell’artista. Il personale e l’universale, a volte, si confondono.
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