Parallele corrono due storie differenti eppure contigue. Da un lato piazza Taksim, simbolo politico nazionale, dall’altro un interno domestico, una famiglia. Gli avvenimenti accadono a distanza di anni, si susseguono continuamente e sempre irrompono in questa casa, così come in tutte le case di Istanbul. Attraverso il racconto dei nonni, attraverso le fotografie conservate con cura, attraverso il rumore degli spari e la violenza dei colpi di stato. Immagini tratte dagli archivi storici raccontano un passato recente e spesso crudele, un passato che è allo stesso tempo il vissuto personale dell’artista, privata per sedici anni del passaporto e della possibilità di andarsene dal proprio paese. Nelle sue opere, allora, Gülsün Karamustafa, decide di raccontare proprio quella storia sociale e politica a cui è stata necessariamente vincolata. La storia di un Paese in bilico tra Oriente e Occidente, dove il monumento di Canova osserva impassibile l’esecuzione del primo ministro e dove il vecchio viene distrutto per lasciar posto al nuovo (così come l’antico quartiere di Tarlabasi demolito per permettere la costruzione di un ampio boulevard) a dispetto delle Bloody Sunday che sembrano non aver mai fine. E torna qui come in molti altri suoi lavori il tema del tempo, che sempre si ritorce su se stesso, in direzioni mai rettilinee che convergono, si insinuano e sempre si ripetono.
Gli eventi si susseguono gli uni simili agli altri mentre il tempo interiore, individuale risponde secondo la propria storia personale. Un bambino e una donna, idealisticamente madre e figlio, in una stanza d’albergo sono il simbolo del fenomeno migratorio vissuto da molte famiglie di rumeni. Vengono lasciati da soli per alcune ore in una stanza asettica. Isolati. Vengono fotografati. Il tempo scandisce la loro relazione, i loro gesti. I due prendono coscienza del luogo e del tempo e forse della loro stessa condizione di immigrati.
Lo stesso fanno quei bambini rumeni in cima alla scala di Kamondo, quella diventata celebre grazie ad una nota fotografia di Henri Cartier-Bresson. Sorridono, suonano e poco altro. Costretti ad un permesso di soggiorno di tre mesi saranno presto obbligati a tornare in patria e ad essere sostituiti da altri bambini, uguali a loro. La musica continua a ripetersi, a scandire il tempo…
francesca mila nemni
mostra visitata il 23 marzo 2006
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