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fino al 30.IX.2005 | Maria Marshall | Milano, Galleria Raffaella Cortese

di - 14 Luglio 2005

Per Maria Marshall (1966), raffinata videoartista britannica, i bambini sono una via aperta sull’innocenza, un potente detonatore per raggiungere la deviazione, la provocazione, la messa in scena equivoca. Le sue sono immagini eleganti, seducenti: composizioni asciutte, sapienti manovre temporali, approccio socio-politico sussurrato, riferimenti iconografici reinventati con personalissimo stile. Nessuna sbavatura.
When I Grown Up I Want to Be a Cooker (1998) fu il suo video d’esordio. Il piccolo Jacob Blue, di appena due anni, stava davanti alla camera -gli occhi enormi e languidi, le labbra soffici attaccate con gusto a una sigaretta accesa- intento ad aspirare e sputare anelli di fumo, in un loop silenzioso. Scena scioccante, sensuale, morbidamente perversa, ottenuta con un impercettibile intervento digitale. Le riflessioni innescate dall’inquietante cortocircuito? Pedofilia, cultura del desiderio artificiale, violenza soft dell’immagine erotico-mediatica.
Così è Marshall, diretta, cruda, eppure sempre sottovoce, come se si muovesse lenta tra le intercapedini del pensiero, al di qua della soglia epidermica. Il suo gioco cattivo altera il limite della convenzione e sviscera piccoli incubi silenziosi.

In mostra c’è Lollipop,(In 200 days I will be 11), del 2004. Qui, il figlio di dieci anni interpreta Clint Eastwood nel cult di Sergio Leone Il Buono, il Brutto, il Cattivo. Un solo fotogramma, storico close-up sullo sguardo socchiuso, abbacinato dal sole, fisso sull’obbiettivo. Uno sguardo intenso, da adulto. Quell’unico still, brevissimo, si dilata all’infinito, nell’atmosfera rovente e sexy di un western ruvido-patinato. La spiazzante sovrapposizione trasporta dentro una narrazione sospesa, immersa nella luce gialla di un mezzogiorno da film.
In The Emperor and His Clothes (2004) un bambino, al centro di un paesaggio assolato, si veste e si spoglia a ripetizione, con velocità accelerata. In cuffia c’è il discorso-ultimatum di George Bush, pronunciato 48 ore prima di dichiarare guerra all’Iraq. La favola stampata su un foglio svela la chiave di lettura. C’era una volta un Imperatore che fingeva di vedere gli abiti trasparenti vendutigli a caro prezzo da due cialtroni. Erano abiti eccezionali –dicevano il gatto e la volpe- nessuno ne aveva mai avuti così. E lui, l’uomo più potente del mondo, doveva possederli a tutti i costi. Ma la gente non osava controbattere. Se li vedeva lui… dovevano esistere per forza. Bugia, paura e stupidità sono virus che contaminano la folla.

Solo un bambino ha il coraggio di scoppiare a ridere di fronte all’Imperatore nudo come un verme e fiero come un somaro. Proprio come il Presidente Bush, con le sue menzogne sulle (invisibili) armi chimiche di Saddam e sulla necessità di arrivare al conflitto.
1941 Stearman (2003) è dedicato al fenomeno dei piloti-kamikaze. La distorsione temporale gioca qui un ruolo strategico. L’uomo dice addio alla sua donna, sale sul suo aereo da guerra e decolla. In cielo compie l’ultimo rito, disegnando con le scie di fumo del velivolo la scritta KILL. Ma ecco l’inversione, il come-back impossibile, il ripensamento. L’aereo torna indietro, ripercorre lo stesso tracciato e cancella le lettere, risucchiandole. Continua a volare al contrario, grazie al video-dispositivo che è come una macchina del tempo. Atterra, apre la portiera, raggiunge la ragazza e la saluta. E qui, lo stacco sottile. Il saluto della partenza coincide con quello del ritorno a casa. E la storia ricomincia, circolare, incessante, infinitamente in bilico tra follia di morte e attaccamento alla vita.

helga marsala
mostra visitata il 30 giugno 2005


Maria Marshall
Milano, Galleria Raffella Cortese – Via Alessandro Stradella 7
orari: dal martedì al sabato 15-19,30 e su appuntamento
info: tel +39 022043555, fax +39 022953359
rcortgal@tiscali.it
www.gospark.com/raffaellacortese


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