“Ho la sensazione di avere dipinto queste opere sulla mia pelle: sono tatuaggi perché sono segni indelebili, testimonianza della mia fede nella pittura”. Con queste parole, Domenico Gentile parla del sua recente produzione artistica in mostra, fino al 30 maggio, presso i prestigiosi spazi espositivi del Palazzo del Senato.
La rassegna milanese, realizzata da Paolo Bertelli e Paola Artoni, propone una quarantina di opere a olio su tela che illustrano il percorso artistico dell’ultimo decennio lavorativo dell’artista salernitano. Corredano l’esposizione alcuni lavori di piccolissimo formato, molti dei quali inediti, realizzati tra il 1985 ed il 1995 con matite dermografiche e penne biro.
I tatuaggi di Domenico Gentile – come affermano i curatori, in catalogo – rappresentano una testimonianza d’amore per la pittura, come visione attenta della quotidianità. L’artista traduce infatti sulle tele il suo disagio interiore in composizioni ora semplici ora complesse, caratterizzate da una meticolosa attenzione al segno-disegno e da uso meditato del colore, utilizzato in tutte le sue gradazioni cromatiche.
Domenico Gentile inizia fin da piccolissimo a dipingere. I disegni infantili sono viatico per i primi acquerelli del 1948, a cui fanno seguito la pittura en plein air rivolta a descrivere il paesaggio mediterraneo e lo sviluppo dell’astrazione.
La sua produzione artistica può essere suddivisa in tre tappe. Si va dal periodo salernitano o neorealista dominato da periferie urbane, paesaggi industriali, interni di fabbriche alla fase centrale incentrata sulla civiltà del lavoro, in cui compaiono snodi ferroviari, marchingegni, fumi di fabbriche e tutto quanto identifica l’area extraurbana. Mozziconi, bottoni, involucri di plastica testimoniano un atteggiamento di denuncia, di rischio per quanto di negativo si identifica nell’attività dell’uomo.
Nell’ultimo periodo, quello che include i tatuaggi in mostra, la visione negativa della realtà sembra moderarsi. Ritorna infatti una vena naturalistica nella tematica di Domenico Gentile: ricompaiono il cielo, l’orizzonte, persino i fiori a rappresentare la speranza di una possibile via di uscita dalle difficoltà di ogni giorno.
A corredo dell’esposizione è stato pubblicato un catalogo bilingue, con testi in italiano ed inglese e con la riproduzione di alcune opere realizzate dall’artista salernitano tra il 1990 e il 2000 (30 in bianco e nero e 36 in quadricromia).
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Annamaria Sigalotti
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