Aggirandosi circospetti per la galleria-abitazione di Rita Urso, strutturata con un gusto per l’interior design che fa invidia, sono tre stampe lambda a rivelarsi in angoli poco sospetti. Si tratta di Alice, Ghunter e P. (tutte datate 2005), figure che lasciano interdetti per almeno tre motivi. In primo luogo la loro algida disposizione su un supporto di mezzo metro per uno, frutti non celati di una perizia tecnologica che non ricerca il mimetismo o, peggio, l’iperrealismo. Poi c’è il fattore sorpresa, per il motivo al quale si accennava, ossia il ritrovarseli di fronte proprio quando si credeva di aver varcato il limite (che si rivela assai poroso) fra galleria e appartamento. Infine, ma non certo per importanza, vengono gli sguardi. Se Ghunter pare non degnare lo spettatore d’alcuna attenzione, intento nella sua posa plastica dal sapore riefenstahliano, Alice e P. rivolgono un’occhiata in tralice francamente imbarazzante. I volti cerei, che di incarnato hanno ben poco -piuttosto li si classificherebbe fra le conseguenze paradossali del disembodiement computergrafico-, scompongono il profilo come a rimproverarci dell’intromissione (Alice) o a invitarci a un rito indicibile e crudele da Signore delle mosche (P.). Saranno fantasie non falsificabili, quindi poco scientifiche secondo certi canoni paracartesiani, ma resta il fatto che i lavori del 2005 di Diego Zuelli (Reggio Emilia, 1979) trasmettono sensazioni disarmanti.
Il problema, se è passabile questo termine non perfettamente calzante, poiché si tratta di qualcosa che non è risolvibile, deriva in gran parte dal video allestito nella grande sala che accoglie il visitatore in mostra. Non c’è risoluzione, perché le 3000 esposizioni ultrarapide (2003, presentato fra l’altro alla terza edizione del Premio Carmen Silvestroni, a Forlì) alle quali assistiamo sono
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