Non aspettatevi prodigi metereologici alla personale di Olafur Eliasson. Se alla Tate Modern l’artista ha stupito Londra ricreandone abilmente il pallido sole, nella galleria milanese ha allestito un laboratorio per lo studio dei fenomeni luminosi. Ancora una volta, Eliasson si avvale di note leggi dell’ottica per produrre esperienze percettive capaci di far riflettere lo spettatore sulla sua relazione con lo spazio.
Due le installazioni in mostra, realizzate con i materiali che da sempre caratterizzano il lavoro dell’artista danese. Your welcome reflected è costituita da un dispositivo di due specchi circolari, uno di colore rosso e l’altro blu, e da un proiettore. Il raggio di luce colpisce i due specchi che, sospesi al soffitto mediante cavi d’acciaio, ruotano su se stessi in modo
Come si può facilmente intuire, le opere di Eliasson presentano una forte valenza concettuale. E non è una novità, se si pensa che anche nei casi in cui prevale la ricostruzione di un ambiente, come ad esempio nella già citata Turbine Hall della Tate, l ’artista non intende suscitare un’esperienza di tipo spirituale o emotivo. Prova di questo atteggiamento è la trasparenza della tecnologia utilizzata, mediante cui diventa evidente il carattere artificiale dell’opera (che è appunto arte, téchne, anche quando si presenta come mimesis della natura), a discapito di un effetto illusionistico e di un pathos che precluderebbero la possibilità di un approccio critico.
Obiettivo di Eliasson è innescare nello spettatore la consapevolezza che il mondo è una nostra rappresentazione. Le sue installazioni dovrebbero funzionare come una specie di risveglio dei sensi, assuefatti a quel quotidiano che fa da sfondo alla nostra esistenza. E poiché questo ‘sfondo’ è un elemento variabile, i lavori dell’artista danese sono sempre site-specific – se a Londra non poteva mancare la tanta discussa caligine, a
Difficile invece dire quale sia la specificità del progetto presentato da Emi Fontana. Che Eliasson si sia stancato di portare pioggia e nebbia artificiali in tutte le città che lo ospitano? Proprio perché manca la messa in discussione di un’abitudine percettiva, viene meno lo spaesamento che colpisce lo spettatore e lo induce a riflettere sul ruolo attivo che svolge nella costruzione dell’immagine. Peccato che nei lavori presentati nella galleria milanese, nonostante l’allestimento preciso e pulito, non sia facilmente leggibile questa concezione relazionistica della realtà, che dovrebbe scaturire dal rapporto tra il pubblico e lo spazio.
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bellissima mostra, per fortuna niente di relazionale...
faccio presente che lo stesso lavoro è stato presentato e teorizzato da Piero Fogliati, artista torinese neli anni 60. Un'opera simile
è stata presentata alla Biennale del 68!!!
Francamente non trovo l'artista Danese cosi' concettuale,il meccanismo lo rivela ,e allora?Eliasson va decisamente oltre l'apparenza esterna della "grandeur"di tutte le istallazioni della Turbine Hall,le cose imponenti non lo interessano,lui punta piuttosto all'emozionale.Crea un potente effetto sulle persone,ad esempio il sole della Tate e'Hegelianamente romantico,cosa c'e' di piu' romantico di cio' che non e' piu'o eventualmente cio' che non e' ancora?