Alle sculture di Jedd Novatt sono riservati i luminosi spazi antistanti il giardino dello Studio Visconti. Per osservare i lavori di Matteo Montani (Roma, 1972) bisogna invece recarsi in anticamera, in una sala e in un ampio vano semicircolare sul retro della galleria.
Queste considerazioni potrebbero far ipotizzare un trattamento di sfavore riservato al giovane artista capitolino (protagonista in questi giorni anche di una piccola preview presso la galleria di Valentina Bonomo, a Roma). Ma proprio quelle sale, rese anguste da un allestimento serrato e dalla dominante cromatica tenebrosa -opera anche di Ludovico Pratesi, che firma una brillante presentazione dal titolo Oltre la pittura– sono l’ambiente più adatto per il carattere emanato dai due cicli presentati.
Nella sala centrale, otto lavori della serie I Lunatici (2003-04), grandi stampe digitali su polvere di pietra pomice e selenite, il cui supporto è la carta abrasiva. Nell’anticamera si fronteggiano due esempi de La Via. Via G. De Chirico, Roma (2003-04), oli su stampa digitale su pigmenti abrasi, ancora su carta vetrata.
Ad uno sguardo zenitale, i luoghi ritratti sono difficilmente riconoscibili, per cui va adottata la medesima prospettiva del lavoro, inseguire l’identificazione col punto di osservazione per riuscire ad attribuire iconicità alla visione. Questo senso di inadeguatezza si prova altresì osservando I Lunatici, poiché quelle che a prima vista paiono forme antropomorfe, in realtà sono ritratti multipli lunari.
Alla lettura della descrizione tecnica, estremamente complessa, spicca l’uso della selenite: “Non conoscevo l’etimologia del termine” confessa Montani- “solo a posteriori ho saputo che si trattava della ‘pietra lunare’. Così, non ho cercato quelle forme corporee, antropomorfe. Sono emerse…” Proseguiamo allora la visita nell’ultima sala, dove finalmente emerge qualche colore su trattamenti al negativo che proseguono l’indagine sulle Vie della periferia romana intitolate ad artisti italiani del ‘900. Il corpo a corpo col nero abrasivo pare voler ingurgitare l’immagine, fagocitare il pigmento che Montani preleva dai luoghi stessi che rappresenta.
La domanda più ovvia concerne allora la funzione metaforica della carta vetrata, il rito funebre della definitiva consunzione dell’immagine contemporanea. “In effetti” prosegue l’artista “l’utilizzo della carta vetro nasce con un intento metaforico, simbolico. Ma poi ne ho scoperto le ‘proprietà nascoste’, la versatilità tecnica”. Dunque, il potere abrasivo ma anche la forza di un’immagine che riesce sublimemente a emergere. Il pensiero, sofferto, non può che andare a Giovanni Manfredini. “Conosco bene il suo lavoro” conclude Montani “lui lavora soprattutto con il proprio corpo e l’impronta, ma sicuramente c’è una somiglianza di famiglia, un sentire comune”. Che in effetti dà anche risultati simili, cioè di notevole qualità estetica e al contempo di profonda stimolazione del pensiero. Che in questi anni, ça va sans dire, non è cosa da poco.
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