Il percorso fotografico di Marco Ambrosi (Verona, 1959) esce dallo scoperto. Fuori da cornici e pareti, porta con sé –lasciando di sé- una patina ombrosa, uno spessore che calca e sottolinea. La fotografia in questa esposizione veste i panni del cesello, impreziosendo i miscugli floreali, scelti come soggetti di studio. Il risultato è una lenta emersione della componente chimica. Un lampo artificiale che impressiona la pellicola fino a renderla un’intensa composizione cromatica, riflesso di forme reali. Il ciclo di opere intitolato Bios è una serie di dittici nei quali l’immagine replica, virando lo scatto originale sia nei toni che nei colori. Ogni filamento, foglia, fiore o bacca viene bruciato e riproposto, restituito come un composto intriso di gamme e campiture. Questo dipanarsi violento della composizione crea movimenti lunghi, stantii, e in un certo senso decadenti. Negli scatti di Ambrosi, infatti, i primi piani si allargano con vibrante invadenza, allarmando l’occhio, appannandolo. Queste meticolose, infinite, sottolineature cromatiche hanno l’effetto di bloccare la vita botanica descritta, una vita che stagna e riluce al di là del supporto di alluminio. La pellicola insomma imprigiona e s-colora quanto una soluzione di formaldeide. I lavori esposti, come composte tavolozze vegetali, non fanno altro che riflettere l’effetto mortifero e irreale della tristezza, quella della perfezione. Ed è proprio sul tema dell’insidia della decadenza, nel concetto dell’infinito e della fuga, che le immagini del fotografo veronese si inseriscono all’interno di un più ampio progetto artistico.
La critica d’arte Giuliana Scimè, infatti, collaborando con Ambrosi, ha inserito le fotografie floreali, stolide e sgargianti, all’interno di un libro, un grosso volume custodito da una rilegatura viola metallescente. All’interno si racconta una fiaba, un assemblage poetico che si nutre e cresce a colpi di magia e figure roboanti. Un racconto che comincia riprendendo il titolo della mostra, Da ogni Contrada vicina e lontana. Un modo per sottolineare la fissità rigogliosa della fantasia, ambito che in questo caso esprime, in tralice, fascino ed eleganza. Dunque, l’insidia della bellezza, che appartiene a questo elaborato progetto grafico, si chiama virus. È il virus della metamorfosi, l’edema contaminante dell’arte che si ferma ad uno stadio di falso ornamento. Sono mondi che conservano con instancabile avarizia l’aria di quando erano mortali. Come foreste chiuse in tanti barattoli. Come l’istantanea lussureggiante di Ambrosi. Breath-taking.
ginevra bria
mostra visitata il 6 luglio 2006
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