Nel mese che Milano consacra ad Andy Warhol con un allestimento magistrale alla Triennale, tre personaggi mitici dell’entourage della Factory, tutti e tre fotografi, sono protagonisti di una mostra nello spazio di Carla Sozzani.
L’onore della sala principale tocca a Gerard Malanga (New York
Malanga ha concentrato la sua ricerca fotografica sul ritratto, in particolare sul ritratto di celebrità, ma con un’impronta del tutto particolare. Risulta evidente la conoscenza, l’intimità fra il fotografo e il soggetto: l’approccio è amichevole, il tratto umano. Personaggi come Jasper Johns, Roman Polanski, Lou Reed, William Borroughs, Duke Ellington, Allen Ginsberg non sembrano “in posa”, di essi invece si coglie, oltre che un attimo di vita, anche una parte del carattere: si concedono all’obiettivo in maniera rilassata, con piglio curioso e incuriosito.
Del resto Malanga spiega, nell’intervista ad Exibart che sarà pubblicata a breve, di scegliere i propri soggetti “fra le persone che conosce e che ama”, quindi non in quanto celebrità. Robert Mapplethorpe in una foto del 1971 risulta bello quasi quanto i suoi modelli, Mimmo Rotella sembra un po’ meno accigliato del solito, e anche nelle foto che ritraggono Warhol sembra per una volta di trovarsi davanti ad Andy persona e non personaggio (un’illusione?).
The silver Factory and the sixties, nella saletta piccola della galleria, raccoglie invece scatti riguardanti Andy Warhol e coloro che gli gravitavano intorno negli anni sessanta. David McCabe (Leicester, GB, 1940) fu chiamato da Warhol a fotografarlo per un anno intero: ecco Andy in una tavola calda, in un “tempio del pop” (un negozio sgargiante di insegne e annunci pubblicitari) e nell’ascensore argentato della Factory. McCabe riesce anche, con il trittico “Andy si risveglia (alla maniera delle star)”, nell’impresa di far sembrare bello e aggraziato Warhol, ritraendolo avvolto nelle lenzuola.
Billy Name (PoughKeepsie, New York, 1940), fotografo ufficiale della Factory che fu citato anche in una canzone dei Velvet Underground, presenta invece scatti più tipici dell’epopea warholiana, fotografie piuttosto austere, documentarie, ma intrise del mito e del fascino inestinguibili di quell’esperienza.
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stefano castelli
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