Rodolfo Aricò (Milano 1930-2002): un artista recentemente scomparso che ha segnato la storia dell’arte italiana del secondo Novecento. La personale che gli dedica lo Studio Invernizzi si concentra su nove opere “ultime”: acrilici e collage, su tela e carta. Accanto ai cinque lavori Senza titolo del 2002, figurano anche Chi ama crede del 1997, Pittura morta e Senza titolo del 1998, Sensus 3 del 1999. Una scelta curatoriale che non è volta solo ad indagare l’ultima tappa della produzione del milanese, ma che testimonia della strenua vitalità dell’artista e del suo instancabile spirito di ricercatore.
Aldilà di qualche sprazzo, la dominante cromatica di questi lavori è quella chiara, caratterizzata da colori tenui e luce calda. L’assemblaggio delle forme –in confronto alla sua produzione degli anni Sessanta e Settanta- sembra approssimativo, meno geometrico. A tal punto che in alcuni collage si ha l’impressione di osservare una tela ripetutamente rattoppata. Allora lo sguardo si concentra sul colore, che spesso cola; oppure sulla superficie, che nelle sue rughe rammenta addirittura i Cretti di Alberto Burri. Tutto ciò è maggiormente evidente nelle tele che, cucite e applicate a più strati sul supporto, evidenziano la tecnica di Aricò, ancor più di quanto avvenga nelle opere su carta.
Scopriamo così una fase in cui la pittori
Tutti questi fattori generano un dialogo tra forma e pittura, segno e colore. Un’articolazione di piani differenti, che non si integrano per risolversi in una dialettica che normalizza, ma si intersecano e si confrontano anche aspramente: come, per esempio, quando i piani aggettanti rendono la superficie pittorica complessa e segnata da ombre. Un gioco di concavità e convessità che trasforma la superficie pittorica in spazio scultoreo.
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