A Varese si è inaugurata domenica 23 settembre Lo sguardo urgente, un’antologica dedicata all’artista statunitense William Congdon.
L’esigenza curatoriale di dividere l’esposizione in due sedi espositive – le opere ad olio nelle sale affrescate del Castello di Masnago, affascinante esempio di gotico internazionale, e i pastelli nell’ex refettorio del Convento di Sant’Antonino, ora sala Veratti – si è rivelata una scelta felice.
La mostra – proposta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Varese e realizzata anche grazie ai Musei Civici, alla William Congdon Foundation ed al Centro Culturale Massimiliano Kolbe – offre una preziosa selezione della produzione artistica di William Congdon, tracciando un percorso che dalle prime opere pittoriche ci conduce sino alle estrinsecazioni più mature del Maestro che, ormai anziano e malato, predilige come medium il pastello.
Nonostante l’artista abbia avuto in vita l’occasione di esporre in luoghi prestigiosi e accessibili al grande pubblico (si ricordino negli anni Ottanta la rassegna a Palazzo dei Diamanti a Ferrara e agli inizi degli anni Novanta quella di Palazzo Reale a Milano), per molti la pittura di Congdon risulterà una piacevole scoperta.
La sua opera “misteriosamente” giunge a sfiorare l’animo dell’osservatore, anche quello del fruitore digiuno di cultura artistica contemporanea e impossibilitato a decodificarne il linguaggio.
Più volte il suo nome è stato accompagnato a quello di artisti ormai divenuti leggenda come Pollok, Motherwell e Rothko, ma per affrontare lo studio dell’opera di Congdon, non si può assolutamente prescindere dalle sue scelte di vita, in primis da quella di abbandonare i circuiti artistici internazionali per viaggiare, alla ricerca di sé stesso.
Le opere presentate a Varese, molte delle quali custodite in collezioni private ed esposte per la prima volta, sono come un taccuino di viaggio, cui l’artista confida senza potersi sottrarre, la propria angoscia dinnanzi all’impossibilità di fermarsi per l’esigenza di andare oltre, alla ricerca della coscienza di sé come “figlio” ed immagine di qualcos’Altro.
Dall’East River alle piazze veneziane, dagli scorci di Parigi all’Acropoli di Atene, dalla luce dei deserti africani al nero fumo delle vie milanesi, dall’India alla pianura della bassa milanese: sono queste le tante tappe dell’eterno viaggio di Congdon. Cinquant’anni e più di pittura caratterizzati dal medesimo modus operandi, dallo stesso gesto, dai medesimi segni, incisi in una materia pittorica traboccante o appena suggeriti da delicati tratti di pastello.
Occorrerebbe domandarsi il perché di tale necessità e forse si capirebbe l’evoluzione di una pittura che sembra sempre identica a se stessa. Congodon risulta, dunque, essere un artista da riscoprire con occhio vergine, non solo attraverso la sua opera dunque, ma mediante una discesa nelle profondità del suo sentirsi “uomo”.
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E.C.C.
[exibart]
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