Esistono, si sa, due tipologie di memoria. C’è un livello di ricordo personale, intimo, individuale. La ricostruzione di una nostra storia, di un vissuto soggettivo unico e irripetibile. E c’è quella che viene comunemente definita memoria collettiva, un serbatoio di immagini consce e inconsce di cui tutti sono stati più o meno partecipi, a cui tutti possiamo attingere e in cui ci possiamo riconoscere. La sensazione che si ha di fronte alle immagini di Julia Krahn (Juelich, Germania, 1978), è che questi due livelli possano in qualche modo sovrapporsi, venire a coincidere. Che esista cioè un repertorio di vissuti che è un sottoinsieme delle due tipologie, in cui piano personale e piano collettivo si intersecano: questo perché, semplicemente, molto spesso i ricordi personali sono simili per tutti. Alla milanese Magrorocca, l’artista tedesca propone una serie di immagini fotografiche stampate (da lei stessa) e montate in piccole cornici quadrate in plexiglas, affiancate da un’installazione di un certo realismo di maniera. Le fotografie, disposte l’una vicina all’altra sulle pareti come perle di una collana di ricordi, sono piccole finestre su un passato infantile giocato all’ombra di paesaggi montani o marini, di luci sfocate come vecchie polaroid. Sono tramonti solitari, alberi in controluce, onde sulla spiaggia, con una netta inclinazione verso la natura piuttosto che per la figura umana: solo, ogni tanto, il sorriso di una bimba, un tuffo, un saluto. Tutto è giocato con sfocature da fotografia invecchiata, da ricordo sbiadito. E ci si trova, senza volerlo, a sorridere di fronte a una serie di memorie che, sì, vogliono essere personali: ma contemporaneamente si ha la consapevolezza che quasi tutti, nel proprio serbatoio di ricordi abbiano immagini del tutto assimilabili a queste. Sono le fotografie che ci scattavano i nostri genitori in vacanza in montagna,
Accanto a questa nutrita serie di piccole immagini nostalgiche, che verrebbe voglia di guardare ascoltando una vecchia canzone, due stampe di largo formato scolorano completamente il ricordo cosciente in una nebulosa astratta. Forse perché il continuo sforzo di mettere a fuoco immagini passate porta alla confusione del vissuto. O forse, più semplicemente, perché la memoria via via che si allontana nel tempo si perde e si disfa. Ma eccola riassumere una vivida concretezza nell’installazione che l’artista sceglie di affiancare alle immagini, suprema celebrazione della nostalgia. In galleria è ricreato con perfetto realismo l’angolo di un salotto della nonna, caldo e intimo come una vecchia coperta. Non manca nulla, in questo scorcio di dolcezza: una poltrona vissuta, la carta da parati consunta, una lampada impolverata… Addirittura, un rosario e una vecchia fotografia. Si esce dalla mostra con il cuore coccolato e intenerito da un intimismo molto femminile. Forse, si avrebbe voluto qualche colpo di coda in più. Ma, a volte, fa bene così.
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www.juliakrahn.com
barbara meneghel
mostra visitata il 28 marzo 2007
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