Richard Long (Bristol, 1945) è uno degli artisti che intrecciano in maniera più stretta nel proprio lavoro avanguardismo e ancestralità. La seconda componente è stata presa come spunto per questa mostra al Pac in coppia con l’artista tribale indiano Jivya Soma Mashe (Sauna, India, settant’anni circa).
Dall’avvento di Jean-Hubert Martin alla direzione artistica del Pac, l’attenzione è stata posta su componenti non eurocentriche dell’arte contemporanea: le esposizioni di Chen Zhen, Yinka Shonibare e Laurie Anderson (rivolta a una spiritualità orientale di derivazione Fluxus) hanno avuto grande successo di pubblico grazie anche al traino della mostra-record di Duane Hanson.
La presente mostra si spinge oltre, affiancando all’arte del maestro inglese di una Land Art spiccatamente concettuale le opere di Mashe, membro della tribù indiana Warli, presso la quale vive, e nell’ottica della quale produce ancora le sue opere: arte murale come produzione rituale, propiziatoria. Il suo ingresso nel sistema dell’arte contemporanea è consistito solo nel passaggio alla pittura su tele (fornite dalle istituzioni indiane ai Warli) e nell’esposizione in musei occidentali.
Long propone opere realizzate ispirandosi al proprio viaggio nella tribù Warli, in occasione del quale è avvenuto l’incontro-scambio fra lui e Mashe. Nelle opere site-specific realizzate per il Pac ha utilizzato simbologie legate alla cultura Warli oppure che richiamano il soggiorno presso la casa di Mashe, le opere di documentazione fotografica di Long inoltre riguardano tutte interventi sul territorio dei Warli. Sono presenti una delle sue tipiche sculture composte di pietre, lavori in fango su tavola e sul muro (come l’imponente Meeting che apre la mostra in onore, appunto, dell’incontro tra i due artisti).
Interessante e per certi versi inedita la scultura Tre sentieri: tre lunghe passerelle in legno che il visitatore è invitato a percorrere, sperimentando per pochi attimi l’attività di “camminatore” dell’artista inglese. Quest’opera inverte la struttura abituale dei lavori di Long: non documentazione di interventi sul territorio, né sculture realizzate con materiale “naturale”; qui è il museo a trasfigurarsi in territorio su cui Long incide segni tipici del paesaggio, le linee ondulate dei sentieri.
Le pecche della mostra? I lavori dei due artisti non sembrano intersecarsi in maniera convincente, si assiste insomma ad una mera giustapposizione. Inoltre non risulta documentata una parte importante della ricerca di Long: i lavori composti solo di frasi documentanti le sue lunghe camminate artistiche.
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stefano castelli
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