La serie di fotografie che l’ha reso noto si chiamava Zuma Beach Series (1974-77) e ritraeva gli interni di una casa abbandonata sulla spiaggia di Malibu, le cui strutture fatiscenti e invase da strani graffiti (opera dello stesso artista) incorniciavano l’immagine dell’oceano. Negli anni 80 si dedicò alla manipolazione artificiale della realtà utilizzando colori fluorescenti e inserendo singolari sculture nei suoi paesaggi. Con le serie “Four Landscapes” e “Isolated Houses” Divola tornò a ritrarre scenari naturali e abitazioni californiane, indagando il rapporto tra natura e cultura e immortalando i luoghi dove Los Angeles sconfina nel deserto. Da Marella Arte Contemporanea sono esposte le sue opere più recenti intitolate Los Angeles Panoramas.
Questa è la tua prima personale in Italia? Che tipo di lavori presenti?
Si, è la mia prima personale in Italia. Presento la serie Los Angeles Panoramas: un progetto composto da fotografie di piccoli edifici generici a Los Angeles e nelle aree adiacenti. Ho scelto questi edifici in base alle loro diverse funzioni, che sono indicate con vari tipi di segnaletica. Queste costruzioni sono chiese, negozi di libri per adulti, bar, negozi di liquori e farmacie.
Ho letto da qualche parte una delle tue interviste in cui parlavi del concetto di “sublime” in relazione alle tue fotografie. Puoi spiegarci la tua concezione del sublime nell’arte contemporanea?
La questione del sublime non riguarda queste fotografie e più in generale non credo che si possano fare fotografie sublimi; si può parlare del desiderio del sublime, ma alla fine è sempre qualcosa che riguarda il linguaggio. Qualcosa di molto diverso dall’esperienza di fluttuare in un lago a mezzanotte guardando la luna.
Le tue fotografie, ad un primo sguardo, possono sembrare delle semplici istantanee di scene di strada quotidiane a Los Angeles, ma l’uso particolare che fai della luce e dei colori dona a queste immagini un aspetto un po’ “alieno”. Come consideri il rapporto tra la realtà oggettiva e la visione personale (e culturale) di essa?
Le fotografie sono state ritoccate digitalmente e poiché appaiono diverse dalle fotografie convenzionali, qualcuno può percepirle come immagini “aliene”. In realtà io credo che siano molto più esatte, precise, nella loro descrizione del soggetto scelto, almeno secondo la mia personale interpretazione del concetto di esattezza.
Quando hai iniziato ad usare la tecnologia digitale? E come ha cambiato il tuo lavoro?
Ho cominciato con il ciclo di lavori che precede questo: le Isolated Houses. Con la normale fotografia a colori, tutti i colori sono legati in una stretta relazione l’uno con l’altro, così se vuoi rendere un oggetto più giallo, devi necessariamente renderne un altro meno blu. Con la fotografia ritoccata digitalmente i colori possono essere trattati separatamente, le diverse zone possono essere selezionate e affinate e le scale tonali possono essere manipolate in maniera molto precisa. Da quando ho iniziato a usare la fotografia digitale mi capita di dover riguardare le immagini originali per vedere come erano i colori. Prima questo era irrilevante.
Ringraziamo John Divola e la Galleria Marella per la disponibilità.
Valentina Tanni
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