L’improvviso
e improvvido scossone dell’ente pubblico – con tutti i suoi annessi e connessi
– ha offerto nell’ordine: il domatore di leoni Cattelan, in piazza con il suo vituperato dito; Franko B., l’uomo-cannone sparato al
Pac; infine questa Disquieting Images,
esotica carrellata di immagini che, nelle intenzioni della prestigiosa curatela
di Germano Celant e Melissa Harris, dovrebbero trasmettere inquietudine, ma
sulla cui effettiva efficacia si può sciorinare un rosario di dubbi.
Sguardo
sulla fotografia, considerata mezzo espressivo dell’immediatezze e delle
emozioni forti: ok. Taglio il meno artistico possibile e il più attinente alla
cronaca, a significare la fragilità del filtro tra l’uno e l’altra e la maturità
del fotogiornalismo come linguaggio che, dai tempi di Capa e Taro di strada ne
ha fatta assai: e fin qui ci siamo.
Poi
però ci fermiamo. Chiaro: gli italiani sono popolo di santi poeti, e
navigatori… no, rifacciamo. Gli italiani sono popolo di politici, allenatori
e – trattandosi di arte – curatori: per cui un tema tanto libero si presta a
speculazioni analoghe alle convocazioni della Nazionale. Non è sui nomi dunque
che ha senso aprire la contestazione alla coppia di selezionatori: semmai su
un’idea di gioco, su un’identità tattica che la squadra non riesce a
dimostrare.
Il
limite più grosso per una mostra che promette emozioni forti è risultare tiepida;
puntare su un sensazionalismo di ripiego, su un amarcord del disgusto che
avrebbe ancora potuto avere senso là dove si fosse esplicitata una volontà
didascalica, un intento enciclopedico di narrazione dello “spirito”
dell’inquietudine così come è stato vissuto nel tempo. Invece niente. La
sensazione è che oggi siamo lontani dalla (omo)sessualità depravata del Mapplethorpe in mostra tanto quanto lo
siamo da L’origine du monde di Courbet, a dispetto dei centovent’anni
(mal contati) che separano i due autori; siamo sufficientemente abbrutiti da leggere
i mostriciattoli di Diane Arbus e i
nudi ambiguamente lascivi di Sally Mann con
senso rinnovato, finalmente libero – forse – dal preconcetto moralistico e
concentrato su estetica e senso della misura. Una riflessione che viene
sacrificata alla ricerca di un insistito pietismo, poco appagante.
A
questo punto, allora, perde persino di significato citare il catalogo di autori
che più e meglio di Nan Goldin hanno
saputo trasmettere in arte (fotografica, per restare sullo stesso campo) il
dissolversi della stagione dell’Aids negli Usa dell’illusione reaganiana (Wojnarowicz su tutti); e può avere poco
senso rimpiangere i cadaveri di Serrano o
rivendicare il solco – dimenticato – tracciato da Kevin Carter, Pulitzer suicida schiacciato dal peso delle guerre
africane. Il tutto nel dubbio, pericoloso, che sul tema sia stato detto
talmente tanto dall’ultima personale milanese di Alfredo Jaar da rendere difficile ogni ulteriore approfondimento.
Ma
forse il fraintendimento è a monte. Siamo sicuri che la fotografia sia ancora
il media più indicato per indurci a uno scossone dell’anima tanto intenso? I fotogrammi
di Dongo e Piazzale Loreto restano ricordi sbiaditi: abbiamo avuto Saddam
penzolare da una corda, in diretta, al telegiornale dell’ora di pranzo.
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Alfredo
Jaar: inquietudini tra arte e informazione
francesco
sala
mostra
visitata il 29 ottobre 2010
dal 19 ottobre 2010 al 9 gennaio 2011
Disquieting
Images
a cura di
Germano Celant e Melissa Harris
Triennale
Viale Alemagna, 6 (Parco
Sempione) – 20121 Milano
Orario: da martedì a domenica ore 10.30-20.30; giovedì ore 10.30-23
Ingresso: intero € 8; ridotto € 6,50/5,50
Catalogo Skira
Info: tel. +39 02724341; fax +39
0289010693; www.triennale.it
[exibart]
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