Da Pastan con Amore. Nina Lumer rinnova, con la prima mostra della stagione autunnale, il proprio interesse per gli artisti dell’Est Europeo e dell’Asia, questa volta proponendo il lavoro di Yerbossyn Meldibekov (Almaty, 1964). Un percorso dissestato, un viaggio privo di equilibri attraverso realtà lontane. Un Kazachstan che scopre Benetton, ma invola in piena campagna rifiuti nucleari, accumulati in trent’anni di lavori tra il lecito e l’illecito. Un paese a metà tra sviluppo ed inflazione. Che desidera aprirsi, pur avendo le proprie compagnie aeree nazionali sulla lista nera dell’Occidente. Tra guerra e pace, tensione e serenità.
Meldibekov è l’anima ingenua, lo specchio, di questo travolgente rapporto d’odio-amore che strugge, separa, congiunge ed allontana Oriente ed Occidente. E My brother, my enemy (2002), diventata nel 2005 l’immagine simbolo del Padiglione dell’Asia Centrale alla Biennale di Venezia, ne è il risultato più significativo. Un racconto sofferto sulla contraddizione, lo stato di ansia, la paura di non arrivare, di essere sempre tanto vicini alla meta, ma dopotutto così lontani. Il resto è solo poesia. A partire dal motore che muove l’intero baraccone: l’invenzione di un paese immaginario, Pastan per l’appunto, confinante con Kazachstan, Kirghizistan e Uzbekistan, dove l’esasperazione delle antinomie regna sovrana.
Eppure i conflitti, il sangue, la sofferenza sono presenze costanti, ma non invadenti nelle opere di Meldibekov. Spesso sono alluse da corpi animali, sezionati e rivoltati come un guanto, a delineare un’interiorità esplorata e dilaniata con la cruenta perizia del mondo contemporaneo.
O da immagini fotografiche, il cui contenuto, pur essendo costruito sul set -proponendo contesti improbabili, ai confini con la realtà- mantiene la ruvidezza, il sapore, il livello di commozione degli scatti da reportage. Cui si contrappone la leziosità decorativa di piattini di porcellana dipinti alla maniera locale, con una fitta trama di intrecci fitomorfici che vanno ad incorniciare i cammei centrali, rappresentanti armi, situazioni belliche e carri armati. Passando per la batteria di pentole “preparate”, battute, percosse fino a somigliare alle catene montuose che collegano l’Uzbekistan all’Afghanistan. E concludendo con l’opera cardine dell’intero circuito: il Gattamelata nella pelle di Gengis Khan (2006). Un’installazione site specific in cui la riedizione scultorea di Donatello è ottenuta travisando le regole della composizione classica, sostituendo allo splendore cupo del bronzo, quattro gambe di cavallo mozzate all’altezza delle giunture –con tanto di sfera- e sistemate nella medesima posizione del monumento padovano. La violenza dell’atto di amputazione resta nonostante tutto, solamente allusa, contenuta dalla possanza minimale del basamento e dal saldissimo equilibrio compositivo, dato dalla relazione di tensione costante tra spazio vuoto ed immagine. Tra contorno e spazio cancellato. Tra l’immaginazione dello spettatore, invitata ad unire i puntini, e il peso specifico dell’opera d’arte.
santa nastro
mostra visitata il 26 settembre 2006
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