Non tutta l’arte è avanguardia. C’è chi si guarda indietro, piuttosto che avanti. C’è chi riesce a vivere a Parigi negli anni Venti e non sentire i manifesti artistici declamati ad ogni angolo (si guadagna giusto un nome d’arte, dall’amico rivoluzionario di Courbet complice nell’abbattimento della Colonna Vendôme.) Poi esce indenne anche dal successivo ritorno all’ordine classicista. Non troppo avanti e neppure molto indietro, quindi, costruisce un’arte di ricordi e citazioni quasi sospette, tanto sono conniventi con quell’Ottocento che si fa a gara per dimenticare. Ma non è neppure restaurazione. È la fortuna di nascere in territorio elvetico, a metà strada tra l’impressionismo francese e l’espressionismo tedesco. Come diceva Dürrenmatt, è bello nascere e morire in Svizzera… ma nel frattempo che si fa? Willy Varlin (Zurigo, 1900 – Bondo, 1977) gira l’Europa e si innamora di Napoli. La citazione di questa città è il segno di un’affinità elettiva, c’è un’affascinante comunanza tra la teatralità dei napoletani e la pittura contorta, eccentrica, sgangherata dello svizzero. Non a caso, molta critica contemporanea noterà in lui il carattere del caricaturista puro, la sua vena aneddotica e farsesca, quell’abitudine a distruggere i propri personaggi, i “danneggiati da Varlin” li definiva lui stesso. Tra questi intellettuali masochisti sarà proprio l’italiano Giovanni Testori a rilevare per primo il carattere drammatico, disperato della deformazione varliniana. Ne scriverà pagine indimenticabili, dei veri correlati poetici dell’attività pittorica di Varlin, ridondanti e quasi barocchi, se non fosse per l’innegabile volgarità. Proprio dal titolo del saggio di Testori prende avvio l’indagine di questa mostra a Legnano.
L’ironia, per cominciare. Perché non saremmo nel Nove
Il rispetto di Varlin emerge anche nell’uso dei colori. Ecco la cenere della vita, dunque, piuttosto che una cromia artificiosa o svagata. Anche quando lavora en plein air, l’artista non ha abbastanza fiducia positivista nella visione da riproporne i toni, il calore. La vicinanza con l’impressionismo è dunque tutta nei temi, non nella sostanza.
Il niente, allora? Testori non lo intendeva di certo alla lettera. C’è pure qualche differenza con quel Bacon a cui Varlin veniva accostato dal critico italiano. Perché se l’inglese non trova mai l’identità del suo soggetto, si perde già negli ambienti chiusi tra frammenti di realtà analizzati con maniacalità, Varlin affonda nello scorrere delle cose, ammassa le carni di Leni e ferma lo scalpitare della piccola Patrizia. Rifiutare gli assoluti avanguardisti e classicisti non vuol dire ritrovarsi col nulla. Anzi il suo deformare il soggetto risulta dall’averlo afferrato con troppa passione.
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www.varlin.ch
caterina porcellini
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