La precocità del segno, del fulmine primordiale, che trova la sua civilizzazione nel limpido assetto della sezione aurea. La tensione cosmogonica della forma che rivolge sempre all’assoluto il proprio rischio. Queste e altre forze interne alla pittura di Hans Hartung (Lipsia, 1904 – Antibes, 1989) emergono, in una robusta espressione, in questa importante mostra antologica, mai così completa in Italia. La Triennale affida a questo evento l’inaugurazione del nuovo spazio Bovisa, un’architettura effimera e in fieri dove trovano respiro molti splendidi grandi formati dell’artista tedesco
Il percorso allestitivo, di quasi 200 opere, sostiene senza pause il tenore alto e costante della ricerca di Hartung. In principio era il fulmine. Con la sua immagine Hartung ragazzino vergava i quaderni, i suoi Blitzbücher, di segni protervi e ancora inerti. Da questi prime prove, una vocazione, ben restituita nella mostra, si sente percorrere tutta l’opera. Quella del segno, come primus movens, cui l’artista affida la creazione di un universo di forme e insieme un cammino di conoscenza.
Così ritroviamo il segno farsi dapprima strumento di agnizione, nel levarsi improvviso, sorgivo, delle prime tracce. Nei neri sciabolati sulla tela, ora caustici, scossi in aspre scaglie brune, ora umidi e flessi in piume corvine. Come in T1958-3, e in molti olii su carta degli anni ’30 e ’40. Poi, in un momento ulteriore, il segno si costituisce come atto cognitivo, criterio di sistemazione del cosmo. È la stagione di opere come T1962-E48 e T1962-E30: con le punte dei suoi utensili Hartung incide la tela, graffiandola con solchi che sembrano quasi arature nel campo pittorico, prime cronografie di un tempo nuovo. Interventi che conducono quell’universo di forme germinanti a un primo approdo di civiltà, e insieme sul crinale di una stagione felice e di libertà di pittura.
Da quel momento sentiamo agire infatti un rigore mentale, l’abbrivio di una misura che interviene a governare l’avventura del segno. Nel ricorso al logos matematico della sezione aurea, Hartung conduceva la sua opera fino in fondo alla vocazione creativa e al cammino di conoscenza che le aveva affidato.
Con la sezione aurea -scrive nella sua autobiografia- “avevo la sensazione di partecipare alle forze che reggono la natura”. Tuttavia la sua forma sembra contrarsi da quel momento in un’aporia, generata da spinte opposte, e oscillare tra l’esigenza della “costruzione normativa e assolutizzante della sezione aurea e il cieco arbitrio di una grafia incontrollata” (D’Amico 2000).
Negli anni Ottanta torna poi un ultimo tempo felice; una pittura più libera che attinge nuovamente alle energie originali . Si susseguono così molte tele in cui Hartung sembra riprendere la sua definizione cosmologica declinandola adesso in nuovi elementi. Non più il segno, ma una nuova fede tutta pittorica da vita alle ultime grandi composizioni. Hartung lavora ancora agli affioramenti di luce degli anni ’70, in forme aurorali come in T1989-K12, e conserva il costante interesse per la genesi d’immagine in cui concorrono adesso l’aria e l’acqua come elementi primari.
Con l’ausilio di aerografi, in una pittura che è insieme volatile, densa e potente, realizza le ultime tele. Come la grande parete irrorata di colore, quasi una cateratta di pittura, di T1989-RII, tra gli ultimissimi lavori della sua vita.
laura cantone
mostra visitata il 21 gennaio 2007
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bella recensione, complimenti