Da più parti si avverte la necessità di superare un’arte impoverita e istituzionalizzata, che si ripete secondo schemi e modalità poco innovative. Robert Storr ha parlato a questo proposito di “arte biennalizzata”, riferendosi a quei lavori che, avendo perso propositività, si riducono al meccanismo dell’impatto.
In questa situazione il genere astratto (prendendo per buono un discorso di categorie), potrebbe essere, perché no, una delle tante risposte. E Maria Morganti (Milano, 1965) per la sua lucidità e per l’alto grado di autocoscienza che dimostra, potrebbe avere le carte in regola. Alla domanda sul senso dell’astrazione oggi, riesce infatti ad individuarne i tratti salienti: “Se vogliamo trovare un senso, una peculiarità propria alla pittura astratta in questo momento storico forse essa risiede proprio nel suo essere in una posizione leggermente scostata dal discorso ufficiale dell’arte. Questo suo situarsi ai limiti gli permette di mantenere una certa libertà di azione, un’autonomia di pensiero”. Riferendosi a se stessa aggiunge: “Quando ho cominciato a dipingere la prima domanda che mi sono posta è stata: qual è il rapporto fisico che c’è tra me, il mio corpo e lo spazio? Lo spazio che mi contiene (la stanza, lo studio) e lo spazio su cui cominciavo ad agire (la tela, la carta)…”
Le sue tele sono colori che si concretizzano, si sovrappongono, si depositano, strati che si nascondono l’uno con l’altro. Il gioco si rivela però eccessivamente intimo e intimista. Ripetendosi uguale a se stesso in ogni tela, il lavoro si riduce ad una narrazione a tratti monotona.
L’Installazione di carte (2005) sembra confermare l’impressione. L’artista ne racconta con minuzia di particolari il processo di esecuzione: “Ogni carta come le tele parte sempre dal rosso. Ogni carta è composta dalla stratificazione di tre colori. Tra uno strato e l’altro passano circa tre giorni di modo che il colore si asciughi. Quando è pronta la posiziono sulla parete aggiungendola alle altre con delle puntine. Piano piano la parete cresce. Potrebbero essere anche come un grande diario che alla fine si può leggere come una scrittura, da sinistra a destra”.
In questo modo il racconto si trasforma nel resoconto di ciò che l’artista ha vissuto, i colori che ha assunto il cielo quel giorno, i riflessi della luce, gli sbalzi d’umore, insomma qualcosa di ossessivamente diaristico. L’analisi si fa decorativa e narrativa, incapace di superare l’horror vacui che la genera. Un racconto forse dettato dalla concezione che ogni cosa, astrazione compresa, è a suo modo figurazione e impatto: “anche un monocromo alla fine può essere considerato come la rappresentazione di una figura, perché è entrato nell’immaginario. E’ come fosse un’ immagine riconosciuta e quindi paradossalmente una figurazione”.
alberto osenga
mostra visitata il 22 novembre 2005
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finalmente qualcuno che si permette di scrivere criticamente di una mostra:
vi siete di dimenticati che la mostra è stata curata dalla sig.ra Gabi Scardi.. come sempre si predica bene e si razzola male ,quante marchette si fanno cara signora..