Categorie: Mostre

A Venezia, una collettiva di giovani artisti ci chiede che cosa significhi restare umani oggi

di - 2 Marzo 2026

In un tempo in cui la realtà si dissolve tra pixel, algoritmi e flussi di dati, che cosa significa restare umani? La prima edizione del Premio Berlendis, sostenuto dall’Associazione Kosmos Contemporary Venice APS e promosso da Marignana Arte, sceglie di non trasformare questa domanda in slogan, ma di assumerla come campo di osservazione sensibile sulle contraddizioni della contemporaneità. La collettiva Restiamo umani! Utopie e distopie nell’era digitale, ospitata presso Spazio Berlendis a Venezia, apre uno spazio in cui l’ambivalenza diventa materia espositiva, evitando la dicotomia riduttiva tra progresso e catastrofe.

La tecnologia qui travalica il tema iconografico per diventare condizione strutturale dell’immaginario. Le opere non si limitano a evocare intelligenza artificiale, realtà virtuali o automazione; interrogano piuttosto la soglia percettiva ed etica che queste trasformazioni producono. Il digitale emerge come dispositivo che amplifica, distorce, archivia, sorveglia, connette e al tempo stesso isola. Non c’è nostalgia per un passato pre-tecnologico né entusiasmo ingenuo per l’innovazione. Ciò che si avverte è la consapevolezza che la fragilità non sia un effetto collaterale del progresso ma una sua caratteristica costitutiva.

Restiamo umani! Utopie e Distopie nell’Era Digitale, Installation view, Ph. Francesco Piva

Il percorso riunisce i venticinque finalisti, selezionati tramite un bando promosso da Marignana Arte — Nicola Bertolo, Nicola Bindoni, Alessio Capici, Alessandro D’Aquila, Davide Dalla Valentina, Giulia Facchin, Jessica Ferro, Camilla Gurgone, Moreno Elia Hebling, Lisha Liang, Rovers Malaj, Matteo Mandelli, Andrea Mangione, Cecilia Maran, Silvia Margaria, Alisa Martynova, Sara Pacucci, Yunge Quing, Alessandra Risi Castoldi, Giuseppe Salis, Nadia Tamanini, Claudia Vetrano, Zehui Xu, Federica Zanlucchi e Rebecca Zen — delineando un panorama eterogeneo per linguaggi, dalla pittura all’installazione fino alla ricerca concettuale, ma coerente nella riflessione critica.

La giuria, composta da Emanuela Fadalti, Matilde Cadenti, Pier Paolo Scelsi, Francesca Giubilei, il Collettivo Opiemme, Saverio Simi de Burgis e Fabrizio Panozzo, ha inoltre assegnato premi espositivi che proseguiranno il dialogo della collettiva, tra cui mostre personali per Matteo Mandelli e Alessandro D’Aquila a Marignana Project, per Rebecca Zen alla 10 & zero uno e una collettiva di cinque artisti (Nicola Bindoni, Cecilia Maran, Camilla Gurgone, Andrea Mangione, Federica Zanlucchi) presso SPARC*.

Restiamo umani! Utopie e Distopie nell’Era Digitale, Installation view, Ph. Francesco Piva

Alcuni lavori rendono tangibile la tensione tra umano e digitale ponendo lo spettatore di fronte alle proprie percezioni e responsabilità. Identità e memoria appaiono fluide, costantemente esposte allo sguardo altrui, mentre il corpo oscilla tra presenza fisica e proiezione virtuale in un’epoca in cui tutto è registrato ma poco sedimenta davvero. In questo scenario, restare umani non significa opporsi alla tecnologia, significa attraversarla criticamente riconoscendone potenzialità e zone d’ombra.

La dimensione ambientale, intrecciata a quella tecnologica, rafforza questa tensione. Se l’algoritmo organizza il mondo in dati, la crisi climatica ricorda la resistenza della materia. Paesaggi instabili, ecosistemi alterati e atmosfere sospese tra simulazione e realtà attraversano il percorso espositivo, trasformando utopia e distopia in strumenti di lettura del presente. L’arte si configura così come pratica contro-tempo, capace di sottrarre l’esperienza alla logica dell’immediatezza e della performance.

Restiamo umani! Utopie e Distopie nell’Era Digitale, Installation view, Ph. Francesco Piva

Più che proiettarsi verso il futuro, la mostra sembra insistere su una diagnosi del presente. I venticinque artisti finalisti non offrono visioni consolatorie, sperimentano invece nuovi linguaggi che interrogano le condizioni stesse in cui prendono forma, mettendo in crisi la narrazione di un progresso lineare e invitandoci ad abitare consapevolmente il tempo che ci è dato. Il rischio non è la disumanizzazione spettacolare, bensì la lenta normalizzazione di un umano sempre più prevedibile.

Restiamo umani! Utopie e distopie nell’era digitale a Spazio Berlendis trascende allora la mera piattaforma espositiva per configurarsi come spazio di interrogazione condivisa. Restare umani oggi significa accettare che la complessità non sia un difetto da correggere ma una condizione da difendere.

Restiamo umani! Utopie e Distopie nell’Era Digitale, Installation view, Ph. Francesco Piva

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