Categorie: Mostre

Scie, algebra e rituali: la grande mostra di Paulo Nazareth a Punta della Dogana

di - 1 Aprile 2026

Se riassumere una mostra — qualsiasi mostra — in un breve testo risulta sempre limitante, tentare di farlo attraverso una definizione potrebbe rivelarsi persino controproducente. Eppure, è proprio da una definizione che partiremo per raccontare la grande mostra che Punta della Dogana, a Venezia, dedica all’artista brasiliano Paulo Nazareth. E per definizioni proveremo a districarci tra i tanti significati che si accumulano nell’esposizione curata da Fernanda Brenner.

Dunque, iniziamo con Christina Sharpe: «Scia: la traccia lasciata sulla superficie dell’acqua da una nave; il disturbo causato da un corpo che nuota o si muove nell’acqua; è la corrente d’aria dietro un corpo in volo; una regione di flusso disturbato». Perciò: l’impronta che una nave lascia dietro di sé, un’ontologia spettrale che permane sulla spuma del mare.

È da questo concetto che possiamo cominciare a orientarci nella pratica di Nazareth, che del ripercorrere scie passate ha fatto uno dei propri gesti fondativi. In una delle sue opere più emblematiche, Noticias de América (2011 – 2012), l’artista attraversa le Americhe a piedi, camminando per lo più scalzo, dal Sud al Nord, seguendo la scia di un percorso migratorio intrapreso da molti.

Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Le scie, però, non sono solo quelle degli individui, ma anche quelle delle merci: infrastrutture portanti degli imperi coloniali del passato, che continuano ad allungare le proprie propaggini nel presente. Con questo a mente, la presentazione del lavoro di Nazareth a Punta della Dogana acquista ulteriore significato: è qui, infatti, che storicamente veniva custodita e tassata una grande quantità di prodotti, essenziali per l’espansione commerciale e territoriale della Serenissima.

Ancor più spesso, nel lavoro di Nazareth, queste due traiettorie si sovrappongono e la scia delle persone coincide con quella delle merci. Ovvero: sono le persone stesse a diventare prodotti, cuore pulsante di un’economia basata sulla schiavitù e sullo sfruttamento. Ciò diventa chiaro, ad esempio, nel caso dell’ormai famosissima serie di fotografie For Sale, in cui l’artista si rappresenta reggendo un cartello di cartone con scritto a mano, in varie lingue, FOR SALE. Riprendendo gli stilemi della fotografia etnografica e della frenologia, Nazareth mette in evidenza le regole di una transazione in cui il corpo “esotico” diventa merce di scambio.

Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Una dinamica affine si ritrova in Products of Genocide, dove prodotti di consumo che ostentano nomi e immagini di popolazioni nere e indigene vengono cristallizzati in parallelepipedi di resina trasparente. Tra questi: un pacchetto di sigarette American Spirit e un argentato pacco di caffè colombiano.

Anche la lunga scia di sale grosso che ci accompagna per tutto il percorso espositivo diventa esperienza tangibile di questa violenza logistica: il sale, risorsa cruciale per il potere commerciale veneziano, è anche ciò che fungeva da conservante nei lunghi tragitti della traversata atlantica. Nell’installazione di Nazareth questo strascico minerale si compone proprio nella sagoma di una delle navi negriere, dipanata su tutto il primo piano dell’edificio.

Questo ci introduce a un secondo significato insito nella parola scia, tradotta in inglese con il termine “wake”, che indica anche la veglia funebre e, dunque, il tentativo di impedire a una perdita di svanire. Il sale rende tangibile questa presenza e si ricollega ai riti afro-brasiliani in cui esso viene utilizzato come elemento di purificazione e protezione: una dimensione rituale che impregna tutta l’opera di Nazareth, che definisce infatti la sua pratica come arte de preceito.

Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Ed ecco che ci viene in soccorso una seconda definizione, questa volta della stessa curatrice Fernanda Brenner, che spiega che il preceito è «l’insieme di prescrizioni rituali che strutturano il mondo delle religioni africane della diaspora». Questi protocolli religiosi si riscontrano in moltissimi dei lavori in mostra. Nella serie dei Pemba, ad esempio, Nazareth utilizza simboli antichi tracciati con il gesso per portare pace ai defunti, mentre nel video L’Arbre d’Oublier attua un vero e proprio contro-rituale girando 437 volte intorno a diversi alberi in Africa e in Brasile, punti di partenza e di arrivo della tratta schiavista.

Queste relazioni tra corpo, movimento e storia coloniale non trovano mai, con Nazareth, una sintesi stabile: rimangono un’equazione senza soluzione. E arriviamo così alla terza e ultima definizione: quella di Algebra, da cui prende il titolo l’intero progetto espositivo. Il termine, dall’arabo al-jabr, indica tanto la ricomposizione di parti separate, quanto il riposizionamento di ossa rotte.

Installation view, “Paulo Nazareth. Algebra”, 2026, Punta della Dogana, Venezia. Ph. Jacopo Salvi © Palazzo Grassi, Pinault Collection

Nei video Antropologia de negro I e II, Nazareth impila i teschi di una collezione museale sul proprio viso e sul proprio torso, animando i morti con il proprio respiro. In questo modo, rianima quello che l’antropologia ha pesato e classificato: ciò che è stato imprigionato può essere liberato e i defunti ottengono finalmente il diritto fondamentale alla sepoltura.

Ma al tempo stesso, questo gesto riapre una ferita: ciò che è stato misurato e archiviato torna a muoversi e l’algebra, allora, perde il suo valore di scienza della soluzione e diventa, come in tutta la mostra di Punta della Dogana, un modo per muoversi con le incognite stesse.

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