Arcangelo, Fiori irpini di terra mia, tecnica mista su tela 97x143 cm, 2018
Viaggi e percorsi che non smettono mai di lavorare dentro. Per Arcangelo, artista nato ad Avellino nel 1956, cresciuto a Benevento, poi milanese di adozione da oltre 40 anni, Napoli è sempre stata questo: una destinazione rituale, carica di odori e di storia, vissuta da bambino nei pomeriggi in cui il padre lo portava a esplorare Spaccanapoli, il Cristo Velato, i presepi, la Napoli sotterranea, Capodimonte. «Non è importante quello che ho visto, ma quello che ho sentito»: a scriverlo è lo stesso artista che torna a esporre nel capoluogo partenopeo, dopo la personale del 1982 allo Studio Trisorio. Un ritorno a un tempo – a cura di Maria Savarese – è la prima personale di Arcangelo alla galleria Al Blu di Prussia, lo spazio multidisciplinare fondato da Giuseppe Mannajuolo e Mario Pellegrino. La mostra, visitabile fino al 17 luglio 2026, è promossa dalla Fondazione Mannajuolo in collaborazione con l’archivio dell’artista.
La mostra si svela intorno a tre nuclei di opere su tela, scelti con una logica non cronologica ma stratificata, come la memoria stessa, e come il territorio che Arcangelo continua a frequentare concettualmente e fisicamente, mantenendo uno studio nella sua casa di campagna a San Nazzaro, in provincia di Benevento.
Il primo gruppo è quello dei grandi dipinti dedicati a Pompei. Realizzati nel 1993 nell’ambito del ciclo omonimo, i dipinti fanno parte di una delle serie che Arcangelo ha sviluppato a partire dagli anni Ottanta, quando il suo esordio internazionale passava attraverso incontri determinanti come quello con la gallerista Naila Kunigk. Lavori storici, di grande formato, in cui la materia pittorica è fortemente fisica: Arcangelo si caratterizza per una pittura che utilizza anche le mani, non solo i pennelli. Dominante il colore rosso che richiama, come evocazione ma anche fisicamente, quello dei mattoni delle case della cittadina romana ai piedi del Vesuvio. Il pigmento, infatti, è ricavato proprio da mattoni pompeiani. L’antica città sepolta dalla lava non è in questo caso un soggetto archeologico, nel senso documentario del termine, ma una sensazione, un richiamo a quello che l’artista aveva assorbito da bambino, nelle sue gite al sito monumentale, e che continua a riconoscere come parte della propria grammatica visiva.
Il secondo nucleo, una serie di piccoli dipinti realizzati nel 2022, è dedicato alla Madonna Addolorata di Cervinara, un paese dell’Irpinia famoso anche per il culto antichissimo e radicato della sua Vergine. Una di quelle presenze domestiche che Arcangelo ha portato con sé dall’infanzia e che ora restituisce in pittura, tra la sensazione di un’immagine appesa al muro di casa e il richiamo alla processione periodica come forma di comunità. «L’estremo sentimento religioso del Sud», come lui stesso lo definisce, non è mai separabile dal paesaggio né dalla storia.
Il terzo ciclo è quello delle Magnolie del 2025, presentate qui per la prima volta in assoluto. Un’evoluzione della ricerca artistica sul motivo floreale, iniziata molti anni fa con i Fiori di croco. Nel lavoro di Arcangelo, questo elemento non è mai decorativo: è un segno, quasi un guardiano del territorio, un punto di contatto tra la superficie visibile del mondo e qualcosa che sta sotto. Le magnolie sono grandi, materiche, cariche di quella stessa forza poetica che attraversa tutta la sua produzione.
Arcangelo lavora per cicli fin dagli esordi: Terra Mia, i Pianeti, i Sanniti, Pompei, poi i fiori, le madonne. Ogni ciclo è un capitolo autonomo eppure legato agli altri da un filo che non è stilistico ma essenziale: la relazione con la terra, la memoria sedimentata nel paesaggio, la trasmissione di un sapere che è insieme visivo, storico e affettivo.
L’artista insegna pittura all’Accademia di Brera a Milano da decenni, ed è una presenza peculiare nel panorama artistico italiano, per il suo modo di tenersi lontano dai movimenti, coerente nel tempo e riconoscibile senza essere ripetitivo. «Tutto il mio girare e scoprire, tra storia, odori e sapori, l’ho inserito nel mio lavoro», scrive Arcangelo. Ed è proprio questa geografia sentimentale ad attraversare l’intera mostra.
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