Lorna Simpson, Woman on a Snowball, 2018 © Lorna Simpson. Courtesy of the artist and Hauser & Wirth. Installation View ‘Untitled, 2020. Three perspectives on the art of the present’ at Punta della Dogana, 2020 © Palazzo Grassi, photography Marco Cappelletti.
A Venezia, sulla lingua di terra che separa il Canal Grande dal Canale della Giudecca, l’antica Dogana da Mar — ormai da quasi due decenni avamposto culturale di monsieur François Pinault in Italia — si divide quest’anno in due: non si ha più, infatti, un’unica imponente mostra, come era stato il caso per le personali di Thomas Schütte e Pierre Huyghe. Dipanati negli spazi restaurati da Tadao Ando, troviamo ora, invece, due progetti ben distinti: il piano superiore ospita Algebra, raffinata personale dell’artista brasiliano Paulo Nazareth — di cui abbiamo già parlato qui —, mentre il piano terra accoglie Lorna Simpson: Third Person.
L’esposizione, a cura di Emma Lavigne costituisce, con le sue oltre cinquanta opere tra dipinti, collage e installazioni, la più grande mostra europea dedicata a Lorna Simpson negli ultimi dieci anni. Realizzata in partnership con il Metropolitan Museum of Art di New York, dove nella primavera del 2025 è stata presentata una versione dal titolo Source Notes, il progetto veneziano continua la ricerca sul lavoro dell’artista americana, mettendo però in particolare risalto quella che è la sua produzione pittorica.
Nonostante l’impatto scenico dei dipinti che costellano oggi — e fino al 22 novembre — Punta della Dogana, rimane però il collage il protagonista indiscusso dell’esposizione: non inteso semplicemente come tecnica artistica, ma come postura critica; un modus operandi che informa e riattiva ogni medium con cui la Simpson entra in contatto. Scriveva nel 2018: «La nozione di frammentazione, specialmente quella del corpo, è prevalente nella nostra cultura e si riflette nelle mie opere. Siamo frammentati non solo per il modo in cui la società regola i nostri corpi, ma anche per il modo in cui pensiamo a noi stessi».
Per comprendere meglio questo approccio facciamo però un passo indietro e torniamo alla metà degli anni Ottanta, quando l’artista, traendo ispirazione da artiste femministe afro-americane come Adrian Piper o Lorraine O’Grady, comincia ad approcciare la fotografia come una costruzione da scomporre e destrutturare. In queste sue opere, combina immagini e testo per produrre una riflessione sulla percezione del corpo nero, in particolare quello femminile: Già in questa prima fase della sua ricerca si rileva dunque un attenzione per il frammento — sia esso verbale o fotografico.
Con il tempo, da queste riflessioni conseguono anche collage raffinatissimi, che a Punta della Dogana vengono esposti in grande numero, l’uno accanto all’altro come tasselli di una stessa visione del mondo. Tagliando e incollando immagini ritrovate, la Simpson riesce a far emergere associazioni impreviste e a creare esseri compositi e inquietanti.
Gran parte delle immagini su cui l’artista lavora provengono dalle riveste Ebony e Jet, radicate nei suoi ricordi d’infanzia e che formano un ricco archivio di simboli e memorie che nutre anche altre delle opere in mostra. È questo il caso di Black Totem: un assemblaggio di numeri d’epoca che danno forma ad una colonna alta e slanciata, un vero e proprio totem laico che rimanda alla memoria collettiva della comunità afroamericana. Versioni più modeste di queste colonne si ritrovano in altre sculture — come 5 Properties, Missing Film e Tried by Fire — dove i magazine si fondono ad altri oggetti, come cubi di vetro e busti scolpiti.
La logica del ritaglio e della ricomposizione fotografica ritorna poi in opere di formato più grande: i frammenti lasciano la pagina e si coagulano in video e installazioni. La scultura Woman on Snowball, ad esempio, è una trasposizione su grande scala di un collage della serie Unanswerable: una figura femminile siede su un enorme palla di neve, dando vita ad un’immagine apparentemente assurda.
Lo stesso approccio infonde poi anche i dipinti, presentati qui sia appesi a parete che poggiati a terra: la Simpson parte anche in questo caso da volti di pagine pubblicitarie e materiale d’archivio che poi sfoca, ruota, sovraespone, riconfigura. Il colore vivo e le sbavature disturbano la nitidezza delle immagini, introducendo incrinature che riflettono la complessità e la pluralità delle identità rappresentate.
In questo palinsesto di ritagli e sovrapposizioni, la Simpson ci ricorda che l’identità non è un dato acquisito, ma un montaggio precario di sguardi altrui: il corpo viene smembrato e ricomposto non per essere esibito, ma per essere finalmente sottratto alla dittatura della rappresentazione. Ne nasce così una “terza persona” che ci guarda dal confine del quadro.
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