Friedrich Andreoni, Roberto Casti, Fernweh, Casa degli Artisti, Milano ph. Rina Bekshiu
Casa degli Artisti a Milano presenta la mostra Fernweh, con le opere degli artisti Friedrich Andreoni (Pesaro, 1995) e Roberto Casti (Iglesias, 1992). Curata da Caterina Angelucci e Andrea Elia Zanini e dopo essere stata presentata presso lo spazio indipendente KA32 di Berlino a novembre 2023, Casa degli Artisti ospita il secondo atto dell’esposizione, visitabile fino al 6 febbraio.
Si parla di desiderio di fuga dalla quotidianità, estrema consapevolezza nella necessità di evasione verso una meta sia fisica che astratta; luoghi, persone, pensieri che fungono da trampolino di potenziale libertà, messa a fuoco di quella tensione umana che volge verso un altrove. Il termine tedesco Fernweh (fern come “lontano” e weh come “nostalgia”) racchiude in sé quel senso di slancio, a tratti struggente, che abita l’ uomo contemporaneo.
La mostra, che si presenta come una selezione di opere che vivono lo spazio in modo aeroso e a tratti metafisico, assumono il senso di riflessioni comuni. Installazioni, grandi tele, fotografie, sculture, performance e sonorità riverberano nello spazio espositivo, creando diversi livelli di fruizione percettiva. Non sono opere che danno risposte, ma che fissano nello spazio-tempo dei pensieri tanto radicati nell’uomo quanto di difficile restituzione materiale. È una mostra che cerca di mettere a fuoco una necessità che vive oggi più che mai, quel desiderio di liberarsi dalla paralisi collettiva del quotidiano ripetuto e tentare una fuga sia verso un passato nostalgico, sia verso un ipotetico futuro o luogo ideale / idealizzato. Gli artisti, attraverso diverse modalità di indagine e media, hanno creato un luogo del pensiero dove le opere diventano note musicali che riverberano nel vuoto necessario dello spazio espositivo.
L’opera I’m ready (2022) di Friedrich Andreoni si presenta come una ricetrasmittente radio, utilizzata dalle forze di sicurezza negli Stati Uniti, collocata a terra come fosse abbandonata. Il dispositivo riproduce in loop la registrazione audio di un musicista che pronuncia la frase “I’m ready” prima di iniziare a registrare un brano. La frase è diventata ormai un elemento distintivo nel gergo comune e incarna un momento di tensione o di preparazione, spesso carico di aspettative. Ha assunto una valenza archetipica, rappresentando il passaggio simbolico tra l’attesa e l’azione, tra il potenziale e la realizzazione. Anche in Ending Times (2023), l’artista presenta un’installazione sonora multi-canale, composta dalla successione di campioni audio degli ultimi cinque secondi di diverse colonne sonore cinematografiche.
Un altoparlante, posto al centro dello spazio espositivo riproduce in loop una composizione di 30 minuti, creando un’atmosfera senza fine, caratterizzata da echi distanti e malinconici. Roberto Casti, con ARIA (2024 – on going), scandisce con una grafite il tempo e i movimenti spaziali su tela o tessuto; il risultato è un apparente monocromo bianco che svela la complessità dei suoi elementi compositivi solamente da vicino, ricordando un attimo di improvvisa rivelazione, proprio come quando si intravede il pulviscolo danzare in controluce accanto a una finestra. Anche nella serie Aleph (2023 – on going), Casti colleziona tappeti sonori di registrazioni di persone care, messi poi in risonanza tramite oggetti di derivazione comune, come tubi di scarico o condotti per l’areazione.
Fernweh non si pone come meta ma come tentativo di astrarre una possibile partenza, sempre più urgente nella contemporaneità. La fuga vive con e attraverso le opere, che diventano veri e propri spazi del pensiero comune. La stratificazione di media, la sperimentazione, il senso di corsa a tratti spasmodica verso nuove – vecchie – possibili realtà testimoniano come l’arte, più che mai, sia la sintesi concettuale e visiva della necessità d’affermazione esistenziale contemporanea.
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