Categorie: Mostre

A Milano le opere di Robert Rauschenberg si intrecciano alla collezione del Museo del Novecento creando un dialogo inedito

di - 28 Aprile 2025

È delicata e quasi mimetica la mostra di Robert Rauschenberg (Port Arthur, 1925 – Captiva Island, 2008) al Museo del Novecento di Milano. Centrata secondo un’impostazione che sebbene non si possa dire innovativa, si rivela certamente sicura a tal punto da “rischiare” un contesto. Le opere del maestro americano sembrano, infatti, scomparire tra le sale del museo, non per poca importanza conferitagli dai curatori Gianfranco Maraniello e Nicola Ricciardi con il supporto di Viviana Bertanzetti, ma per la rilevanza che riescono a rivendicare nel panorama più ampio della seconda metà del secolo breve. Il centenario dalla nascita è solo il movente che dall’autocompiacimento della celebrazione avalla la soluzione più interessante di una lettura.

Robert Rauschenberg, Untitled (Spread), 1983, solvent transfer, fabric collage, acrylic and wood on wood panel © Robert Rauschenberg Foundation / ARS, New York, 2025, Galerie Thaddaeus Ropac Photo: Photoservice Art Basel 2016

La possibilità, detta in altre parole, di osservare le otto opere realizzate da Rauschenberg tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta a partire da una concatenazione di rapporti che oscillano tra l’oggettualità del Nouveau Réalisme e l’Arte Povera, passando dagli anni Trenta per arrivare a Cattelan e Schifano. Non a torto si potrebbe affermare che l’arte non sia altro che una questione di sguardi. Di attenzioni e di trasformazioni continue che si susseguono e poggiano l’una sull’altra. Among Friends titolava l’ultima edizione di miart, con un riferimento all’ultima retrospettiva che a Rauschenberg era stata dedicata dal MoMa di New York tra maggio e settembre 2017. E tra amici si ritrova ora, in dialogo con momenti poetici a lui precedenti, coevi o addirittura più giovani. Poco importa, dunque, chi abbia influenzato prima e chi abbia dato il via a una certa maniera. Innegabile è l’azione pionieristica di Rauschenberg, oltre la glorificazione del pop, radicata nella critica seria e forse ironica delle circostanze ancora così attuali degli anni Cinquanta e Sessanta.

Robert Rauschenberg, Parsons’ Live Plants Ammonia (Cardboard), 1971, assembled cardboard boxes © Robert Rauschenberg Foundation / ARS, New York, 2025, Galerie Thaddaeus Ropac © Blindarte / Photo: Laura Eboli

L’avanguardia di Alberto Burri, pertanto, va a braccetto con Parsons’ Live Plants Ammonia (Cardboard) del 1971, che l’artista di Port Arthur realizza conferendo valenza immediata a pezzi di cartone ormai desueti. Composizioni che non evitano il dramma, sebbene sfruttino compostezza ed equilibrio: matrici formali radicate nella storia, che si ritrovano armonizzate su supporti di compensato. I combine-paintings, quale Untitled (Spread) del 1983, emergono puliti e nitidi, seguendo la naturale collocazione nell’insieme di immagini trasferite con solventi, collage di tessuto e oggetti trovati. Da Arman si procede verso Daniel Spoerri.

Robert Rauschenberg, Summer Glut Fence, 1987 © Robert Rauschenberg Foundation / ARS, New York, 2025, Courtesy Galerie Thaddaeus Ropac Photo: Charles Duprat

L’arte oggettuale narrata da Pierre Restany sapeva come dare nuovo risalto alla realtà. Una realtà che è stata incerta, forse perdutamente distante, di massa e, per questo, posta al centro di interrogativi che, malgrado tutto, hanno chiarito lo spunto per ulteriori innovazioni. Richiami e “appropriazioni” per via dei quali si è saputo dare la giusta proporzione all’opera, rendendola capace di essere incidente, poiché unita, chiara e, a un tempo, provocatoria. Il dato oggettuale si ripropone. La scultura in metallo Summer Glut Fence (1987) non trascende la Festa cinese di Mario Schifano, mentre le immagini volatili e fluttuanti di Hoarfrost (1974), impresse su tessuti di cotone e seta leggera, recuperano l’ineffabilità della ricerca di Giulio Paolini.

Robert Rauschenberg, Able Was I Ere I Saw Elba, 1983, ceramic © Robert Rauschenberg Foundation / ARS, New York, 2025, Galerie Thaddaeus Ropac. Photo: Ulrich Ghezzi

Il grande pannello in ceramica (Able Was I Ere I Saw Elba, 1983), che riprende Bonaparte valica il Gran San Bernardo di Jaques-Louis David, si affaccia su I morti di Bligny trasalirebbero di Arturo Martini. Che siano uno in risposta all’altro? Che vi sia una continuità della storia e del suo fondamento? La storia che una volta di più si torna a percepire come frutto del fantasma warburghiano. Discussa non per opposizioni, né tanto meno per distruzioni reciproche, poiché finalmente colta nella sua complessa trama anacronistica.

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