Categorie: Mostre

A Torino Linda Fregni Nagler mette in scena la poesia delicata dei venditori di fiori giapponesi

di - 1 Gennaio 2025

Sakura è la parola giapponese per indicare i fiori di ciliegio, che con il loro ciclico fiorire e appassire ci ricordano insieme la bellezza e la caducità della vita terrena, alludendo a qualcosa oltre d’infinito. Curioso parlare di fiori e fioriture nei mesi invernali, eppure è quello che accade in questi giorni a Torino, nelle sale di uno dei suoi musei più belli e stimolanti. I venditori di fiori giapponesi, o Hanauri sono, infatti, al centro di una mostra molto particolare in corso al MAO Museo d’arte orientale di Torino fino al prossimo 4 maggio. Gli Hanauri sono figure particolarmente delicate e poetiche, foriere di immagini fortemente evocative. Erano venditori ambulanti (bōtefuri) nel Giappone dei periodi Edo e Meiji (sostanzialmente un arco di tempo che va da fine Seicento agli inizi del ventesimo secolo).

Questo progetto espositivo s’inscrive all’interno del più ampio riallestimento della galleria giapponese, così come nel contesto del “progetto” #maotempopresente. Entrambi i progetti nascono dalla volontà e dal desiderio, da parte del direttore Davide Quadrio e del suo team, di creare un dialogo proficuo e stimolante tra opere e manufatti antichi con lavori e performance di arte contemporanea. L’effetto è sorprendente ed efficace.

Ph. Edoardo Piva

In particolare, la mostra di cui stiamo parlando porta il titolo Hanauri, Il Giappone dei venditori di fiori attraverso lo sguardo di Linda Fregni Nagler (Stoccolma, 1976). L’esposizione consta di 26 albumine originali di metà/fine ottocento che raffigurano, appunto, i tradizionali Hanauri, cui si aggiungono sei stampe ai sali d’argento su cui l’artista ha realizzato interventi pittorici a mano. Completano l’esposizione tre xilografie e quattro diapositive su vetro osservabili attraverso speciali visori.

Che significato ha, dal punto di vista artistico, l’intervento di Fregni Nagler sulle antiche immagini? Il primo e immediato livello di fruizione delle immagini è una messa in luce, forse ancor più evidente di quanto non accada con le albumine originali, dei loro aspetti poetici raffinati e dalla potente capacità evocativa. Ma le fotografie stampate e operate dall’artista hanno anche il significato di porre in relazione due diverse tecniche fotografiche, filtrando la più antica tradizione con strumenti artistici contemporanei che ne permettono una sapiente, insieme sottile ed evidente rielaborazione. Ciò si traduce in una riflessione sui temi dell’esotismo e del rapporto con le culture altre, in un doppio movimento di ispirazione e reciproca influenza.

Ph. Edoardo Piva

Le albumine originali, appartenenti alla scuola di Yokoama, sono infatti rifotografate dall’artista, che ne muta poi la scala e le stampa secondo metodi molto attuali prima di intervenire con il colore. L’effetto finale appare seducente e per nulla lontano dalle atmosfere dell’antico Giappone, sempre dense di una sapienza antica e preziosissima, che sa nascondersi nelle piccole cose.

Ph. Edoardo Piva

Il riallestimento della galleria giapponese, oltre alla mostra di Fregni Nagler, si compie poi con una serie di oggetti antichi, tra cui spicca un kimono di fattura eccelsa, prestito di gallerie e musei di arte asiatica internazionale.

Ph. Edoardo Piva

Al piano inferiore prosegue invece la mostra di Nam June Paik Rabbit inhabits the moon, accompagnata da una serie di eventi e performance musicali sempre affascinanti che vanno sotto il titolo di Evolvingsoundscapes.

È curioso che il progetto sui venditori di fiori giapponesi, con i suoi toni e le sue atmosfere tipicamente primaverili, si apra a dicembre e preveda di chiudersi a maggio, proprio nel mese della fioritura. Viene da leggere, in questo programma, un’allusione filosofica sottile, che nel contesto del pensiero e della tradizione buddista giapponese, si colora di profondi significati.

Ph. Edoardo Piva

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