Frustration of Utopia, Maria Papadimitriou, Curated by Claudia Gioia, Fondazione Morra Greco, 2025, Photo by Valeria Laureano, Courtesy Fondazione Morra Greco
A Napoli, tra il primo e il secondo piano di Palazzo Caracciolo di Avellino, sede della Fondazione Morra Greco, le mostre All that Fall di Martin Kersels e Frustration of Utopia di Maria Papadimitriou si intrecciano come movimenti di un’unica partitura coscienziosamente analitica sul presente, costruendo un’esperienza che oscilla tra caduta e metamorfosi, fallimento e continua possibilità .
Il percorso si apre in un’instabilità di corpi, macchine, suoni e immagini: le opere di Kersels irrompono o restano sospese in un’attesa carica di tensione, occupando lo spazio nella sua interezza e in tutte le sue dimensioni. Ad accogliere l’astante è un trittico di lavori fotografici intitolato Fai Iggy (2009) in cui a spiccare, oltre all’immagine che presenta l’intera mostra, è la foto ravvicinata di un ombelico circondato da gemme, richiamo alle due figure musicali e conseguente rappresentazione di un gusto glam ormai in decadenza. Il titolo All that Fall riecheggia il celebre radiodramma di Samuel Beckett del 1956 ispirato al Salmo 145:14-15, ma ne ribalta la promessa salvifica in una poetica del sarcasmo e della precarietà : come nei dialoghi di Maddy e Dan Rooney, anche qui la quotidianità è segnata da inciampi, ritardi e fragilità strutturali. Umane.
Le sculture-macchine di Kersels, mosse da motori, contrappesi e rotazioni, mettono in scena un equilibrio sempre provvisorio, una sfida continua alla gravità intesa non solo come forza fisica enigmatica ma come metafora esistenziale e politica, secondo una linea che va da Icaro fino alle mitologie moderne del successo e della sua rovina. Com’è il caso di Zero (2025), opera in cui un microfono striscia continuamente verso il basso sottostando alla forza di gravità , producendo un inevitabile rumore bianco e formando un cerchio su diversi oggetti posti sul pavimento come una base installativa, oppure Interpretation of Dreams (2025), in cui l’equilibrio formale dell’opera è dato da un insieme di oggetti, il cui nodo è la deformazione di una copia dell’opera psicanalitica di Freud.
La caduta diventa così una condizione produttiva, capace di rivelare ciò che resta ai margini della logica performativa del capitalismo, ciò che non funziona e proprio per questo dice il vero, in un teatro del mondo che ricorda un deus ex machina calato da un argano difettoso e consapevole del proprio artificio.
Questo clima di instabilità trova un contrappunto vigoroso in Frustration of Utopia dell’artista greca Maria Papadimitriou, dove la crisi non è solo subita ma attraversata come spazio di elaborazione e immaginazione. Il neon che dà titolo alla mostra e che capeggia nella terza sala, dopo un percorso attraverso quelli che sembrano arazzi di memorie disegnate, definisce uno stato emotivo sospeso tra perdita e desiderio di ripartenza, mentre il grande collage ispirato a Melencholia I di Albrecht Dürer rilegge la storia e il mito come paesaggio stratificato di classicità , industria e rovina, mantenendo intatti simboli come il poliedro, la sfera e le ali, segni di una possibile trasformazione.
Lo studio dell’artista, ricreato come laboratorio febbrile di appunti, calchi, parole in greco antico ed ex voto contemporanei, diventa il cuore pulsante di un processo che accetta il caos come condizione generativa, in linea con una concezione dell’opera d’arte come apertura all’a-venire, citando il testo curatoriale di Claudia Gioia.
Se in Kersels la caduta smaschera l’eroe e ne rivela il meccanismo grottesco, in Papadimitriou la metamorfosi lavora sul mito e sulla memoria per immaginare nuove cartografie, paesaggi senza confini in cui umano, animale e naturale coesistono in un equilibrio ancora da inventare. Eloquenti i versi di If I were you che concludono la mostra, ipotesi di vite altre in cui l’artista indaga le alternative nel mondo animale.
«I dreamed I was a sparrow. If I were a sparrow I would love nothing».
In dialogo silenzioso e potente, le due mostre, visitabili fino al 15 febbraio 2026, restituiscono un vero e proprio calco del presente: non una sintesi pacificata ma un campo di forze in cui ironia, rumore e contemplazione, fallimento e utopia frustrata, cadente, convivono come strumenti critici per riattivare lo sguardo e il pensiero, invitando a sostare nell’incertezza senza cercare risposte immediate.
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