Maria Helena Vieira da Silva in her studio, Paris, 1948 © Willy Maywald, Courtesy Jeanne Bucher Jaeger, Paris-Lisbon
Organizzata da Flavia Frigeri —storica dell’arte e curatrice della National Portrait Gallery di Londra—, la nuova mostra temporanea presentata della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia è, come sottolineato dalla stessa istituzione, una retrospettiva da lungo attesa.
Intitolata Maria Helena Vieira da Silva. Anatomia di uno spazio, l’esposizione ricostruisce il percorso artistico e intellettuale della pittrice franco-portoghese Maria Helena Vieira da Silva (Lisbona, 1908–Parigi, 1992). Inspiegabilmente trascurata dal sistema espositivo negli ultimi decenni, la pittrice costituisce una figura di spicco dell’arte informale francese, in grado di trasformare lo spazio in una rappresentazione intricata di segni, forme e labirinti.
Nata in una ricca famiglia borghese, Vieira da Silva entra in contatto con l’arte —in tutte le sue declinazioni— fin da giovanissima. Le strade di Lisbona, poi, con il loro accalcarsi l’una sull’altra, con il loro acciottolato bianco e nero e con le famose mattonelle decorative portoghesi, le insegnano a concepire lo spazio fisico come una serie di motivi geometrici che si dilatano, sovrappongono e frantumano l’uno nell’altro. Lo spazio, per lei, non è mai dato, ma stratificato, costruito e pensato.
Questo periodo di formazione la indirizza perciò ad una produzione calcolata e, al tempo stesso, dall’impressionante capacità immaginativa: un talento riconosciuto precocemente dalla stessa Peggy Guggenheim che nel 1943 la includerà nella pionieristica mostra 31 Women, tenutasi ad Art of This Century, la sua galleria di New York. Qualche anno più tardi Hilla Rebay, al tempo direttrice di quello che sarebbe diventato il Solomon R. Guggenheim Museum, acquisterà Composition, del 1936, opera oggi presentata in mostra.
Anatomia di uno spazio costituisce perciò un’occasione unica per scoprire i capolavori della grande pittrice portoghese, cominciando da una sezione dedicata al rapporto tra l’artista e il marito Arpad Szenes, raccontato attraverso tutta una serie di ritratti reciproci.
Tra le sale seguenti, particolarmente interessante è quella dedicata alle opere incentrate sul tema dei danzatori e sul gioco degli scacchi, soggetti che ritornano a più riprese nella produzione di Vieira da Silva. Il gioco e il movimento dei ballerini diventano infatti un ulteriore punto di partenza per la sua concezione di uno spazio che diventa sempre scheletro e labirinto. Esemplare di ciò è Jeu de Cartes (1937): una tela di piccole dimensioni in cui i semi delle carte da gioco diventano moduli spaziali: pareti, soffitti e pavimenti dai colori brillanti. In questa logica, anche i corpi umani si frantumano in unità modulari — rettangoli, griglie, schemi — e diventano parte di un universo in continua espansione e ricomposizione.
Toccante è poi la sezione dedicata alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che ha costretto l’artista e il marito a fuggire in Brasile. Il disastro (1942) e Sul tema del “Disastro” (1946) rendono conto del profondo dolore dovuto all’esiliato forzato. A conclusione dell’esposizione, una serie di Composizioni bianche, da diverse fasi della carriera di Vieira da Silva, dimostrano la potenza espressiva dell’artista anche in opere che sfiorano la monocromia.
La mostra, perciò, non solo restituisce la complessità di un’artista visionaria, ma invita a una riflessione più ampia su che cosa significhi abitare lo spazio —fisico, pittorico, affettivo— in un tempo che, ancora oggi, sembra frammentarsi sotto i nostri occhi. Vieira da Silva, infatti, con le sue griglie instabili e i suoi mondi in dissolvenza, ci insegna che ogni disorientamento può essere principio di orientamento.
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