Andrea Mastrovito, Matelda, 2024, lithographic pencil on savaged fixtures, frames and fur
La Wilde Gallery di Ginevra, che ha recentemente aperto la nuova sede su due piani e spazio conviviale annesso, ospita la quinta mostra personale in galleria di Andrea Mastrovito, intitolata This Beam in My Eye Is from the Tree I Planted. Lo spazio della galleria è trasfigurato da una proliferazione di immagini che si distribuiscono su diversi supporti con un intrigante gioco di rimandi alla bidimensionalità pittorica e alla tridimensionalità scultorea dove i termini si scambiano continuamente di posto. Infatti le opere a parete sono suddivise in griglie irregolari composte da “finestre” fatte di cassette VHS, di audiocassette, di astucci di CD e DVD, di schede di memoria e iPhone, depositi e archivi mnemonici della nuova era tecnologica. Talvolta le finestre contengono e delimitano una storia, talaltra l’immagine è come scomposta dai diversi supporti come in un prisma, creando riposizionamenti continui nella ricostruzione percettiva del campo visivo attuata dallo sguardo.
La ricchezza narrativa è echeggiata dal virtuosismo nell’uso di tecniche e materiali provenienti dalla lunga storia dell’arte e dell’artigianato: la trasparenza della pittura su vetro, l’intarsio di superfici lignee, l’incisione e la proiezione laser intessono un dialogo sapiente che mescola in modo disinibito antico e contemporaneo. Anche le immagini sono un risultato di tale rimescolamento di carte: rimandi alle narrazioni simboliste (che fanno il paio con l’art and craft dell’”ornato”) si appaiano all’illustrazione di libri e giornali, al “neorealismo” di matrice cinematografica, al gusto della descrizione botanico-paesaggistica della natura e così via. Il repertorio dell’artista appare inesauribile e copioso.
L’ultima sala invece ricostruisce una foresta istoriata fatta di tronchi di faggio, che ci immerge totalmente in un’atmosfera di perdita di riferimenti stabili, fasciando e affascinando il nostro sguardo in plurime direzioni spaziali. Il titolo della mostra sa di amaro: “La trave del mio occhio deriva dall’albero che io stesso ho piantato”. L’uomo è artefice del proprio destino e il destino sa di catastrofe, di guerra, di apocalissi. Figure di soldati punteggiano gli apparentemente idillici paesaggi e ogni minuscola porzione di spazio è riempita da libri di letteratura che fanno da monito alla follia della guerra e alle insufficienze e violenze dell’umanità.
Appare più volte un catalogo intitolato all’opera La guerra e la pace di Pablo Picasso, epopea dipinta dal maestro spagnolo al termine del conflitto mondiale nel 1945, anche altri libri ricorrono, come quelli di Camus, Celine, Hemingway, Steinbeck, McCarthy o libri di formazione come Il piccolo principe, I soldati giocattolo di Walt Disney, La famiglia dei fantasmi o Il diario di Anna Frank. Si può anzi dire che i libri e le loro copertine costituiscano spesso il substrato ovvero lo sfondo su cui si articolano le raffigurazioni: storia su storie, con rimando all’atto della lettura come momento di riflessione e recupero culturale imprescindibile nell’era della cancellazione programmata di memorie e di fatti storici, cui invece rimandano i libri.
Nessuna revisione, anzi rispetto della storia e della cultura, attraverso nuove narrazioni e situazioni in cui si intrecciano immaginari, realtà e finzioni, che contribuiscono a tessere un grande telo(s) di linguaggi, di ricordi, di rimandi imprescindibili. Mastrovito del resto è prima di tutto artista visivo, poi narratore e regista, quindi impeccabile tessitore di storie in senso espanso, complesso e generativo.
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