Veduta della mostra Anselmo Bucci (1887 - 1955). Il tempo del Novecento tra Italia e Europa. Ph Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2026
Se penso alla figura di Anselmo Bucci, penso subito a una citazione di Jane Austen in Ragione e Sentimento, in cui scrive che il vero gusto artistico nasce da un entusiasmo estasiato per la vita, per i suoi accadimenti e le sue infinite caratterizzazioni. Ecco, Bucci me lo immagino così: un artista entusiasta, attraversato da quello stesso slancio vitale, da quella curiosità piena e quasi febbrile che solo a un artista può davvero appartenere. Bucci, marchigiano di nascita ma figlio del mondo, ha abbracciato nel corso della sua vita – come fosse davvero un’opera d’arte totale – pittura, incisione, illustrazione, scrittura, giornalismo, teatro. Nulla viene escluso dall’esperienza del vivere. Una libertà che è prima di tutto personale, svincolata da appartenenze rigide o da rapporti di subordinazione, e che si riflette con coerenza nei soggetti della sua pittura: dagli animali ai ritratti femminili più eleganti, dalle scene caricaturali parigine a puntasecca alle malinconiche scene d’interno, fino alle ampie vedute di paesaggio e ai soggetti mitologici.
Bucci attinge e assorbe una vera enciclopedia visiva da tutto ciò che vive. “Rembrandt gli è familiare quanto Tiziano, Van Dyck, Bruegel e Velázquez non appaiono meno frequentati di Tiepolo o Raffaello”, scrive Luca Baroni, curatore della mostra insieme a Beatrice Avanzi. A questo si aggiungono le suggestioni impressioniste e postimpressioniste di Gauguin e Van Gogh, che riaffiorano, per esempio, nel ritratto L’apache (1920) o nelle larghe pennellate della Madonna Profana (1918-1920).
Questa vastità di riferimenti si traduce sulla tela in una pittura mobile, mutevole, quasi camaleontica. Ed è proprio qui che Bucci si distingue: pur muovendosi nel clima dell’Italia tra anni Venti e Trenta, tra Futurismo e “ritorno all’ordine”, non si lascia mai davvero contenere. Anche il rapporto con il Novecento Italiano, promosso da Margherita Sarfatti, resta per lui una zona di confronto più che di appartenenza: se ne condividono alcuni esiti formali come la solidità delle figure, il recupero della tradizione, i temi della quotidianità e del mito, ma non l’irrigidimento in uno stile univoco. Troppa vita, troppa curiosità perché la sua arte potesse essere racchiusa sotto un unico orizzonte. Ed è questa complessità che i curatori Avanzi e Baroni restituiscono con grande lucidità nelle dieci sezioni della mostra: Le origini marchigiane; Gli anni di Parigi; Un pittore al fronte; L’opera grafica; Dalla finestra; I ritratti; Il tempo di Novecento; Natura e animali; Gli anni Trenta; Epilogo. I Maschi.
Nelle origini marchigiane emerge il legame con Fossombrone, luogo affettivo e formativo, tradotto in una pittura luminosa e vibrante. Gli anni di Parigi rappresentano invece il momento dell’apertura alla modernità: nei dipinti Il mio amico Adulaire e Madame Maré (1908-1909), per esempio, si coglie l’influenza postimpressionista, nella pennellata rapida e nella rinuncia al dettaglio in favore di una resa atmosferica e psicologica. Sono gli anni della bohème, dei caffè e dei cabaret, di Montmartre e Montparnasse, e dell’esperienza del Gruppo Libre – dal nome non casuale, viene da pensare – accomunato ‘dal rifiuto dell’accademia senza una piena adesione alle avanguardie’ scrive, in un saggio del riuscitissimo catalogo della mostra, Matteo Maria Mapelli. Con Un pittore al fronte, la guerra segna un passaggio decisivo: Bucci osserva e documenta, soprattutto attraverso il disegno, una realtà diretta e drammatica. In L’opera grafica emerge invece la straordinaria padronanza tecnica dell’incisione, capace di tradurre sulla lastra le vibrazioni della pittura. La sezione Dalla finestra restituisce uno sguardo dall’alto sulla città: Parigi e Milano diventano paesaggi interiori, attraversati dalle trasformazioni della modernità.
Nei ritratti si manifesta la sua capacità di cogliere presenza e psicologia, tra eleganza borghese e intensità emotiva. Nel tempo di Novecento, Bucci rielabora in modo personalissimo il clima del ritorno all’ordine: nelle opere come Gli amanti sorpresi – con la sottile ironia dell’autoritratto – e Odeon, con il suo taglio prospettico ellittico e la folla vibrante in dialogo con la cultura francese, e, forse, con la pittura urbana di fine Ottocento di Gustave Caillebotte. Le sezioni Natura e animali e Gli anni Trenta aprono a una dimensione più intima e sperimentale, tra osservazione del reale, affetti personali e una crescente indipendenza. Infine, l’Epilogo. I Maschi chiude il percorso con un’opera monumentale e simbolica, esito di una lunga elaborazione e sintesi della sua ricerca.
Al termine della mostra, quello che emerge è una pittura che, nonostante tutto, resta davvero “libera nel segno e nel colore”, come scrive Avanzi: una pittura vibrante, capace di tenere insieme tradizione e modernità senza mai irrigidirsi in una sola formula. Più che a un sistema, Bucci sembra appartenere a uno sguardo, il solo e suo: internazionale, curioso, irriducibile.
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