Santiago Ydáñez, S.T., 2019
La scala di un’opera non è mai un semplice dato tecnico: è un atto culturale, un gesto capace di alterare la percezione e trasformare il rapporto tra immagine e spettatore. È su questa consapevolezza che si fonda Giganti. Dipinti e disegni di grande formato dalla Collezione della Fondazione THE BANK, che fino al 16 novembre 2025 animerà la Chiesa monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino. Promossa dal Polo Museale di Gualdo Tadino con il patrocinio del Comune e curata da Cesare Biasini Selvaggi, la mostra riunisce dieci artisti che, attraverso il linguaggio del grande formato, restituiscono alla pittura la sua funzione primaria: non illustrare, ma resistere, non decorare, ma costruire spazi di pensiero.
Il titolo “Giganti” non è solo una dichiarazione di dimensioni, ma di ambizione: queste opere reclamano uno sguardo che non si accontenti, invitano a varcare la soglia della contemplazione distratta e a ritrovare un contatto fisico con la pittura. La monumentalità non si limita ad amplificare l’immagine: è uno strumento di concentrazione, una pausa imposta all’occhio, un antidoto alla superficialità visiva della nostra epoca digitale.
Il percorso ideato da Biasini Selvaggi è un continuum di corrispondenze. Nicola Verlato apre la sequenza con la precisione ferrea del disegno e l’eco della prospettiva rinascimentale che, anziché rifugiarsi nel passato, entra in collisione con i linguaggi del presente: il cinema, il fumetto, la cultura popolare. Le sue tele funzionano come architetture concettuali che sostengono una mitologia attuale, fatta di tensioni irrisolte e immagini che oscillano tra classicità e cronaca.
Da questo ordine geometrico lo sguardo si immerge nei mondi di Fulvio Di Piazza, dove la pittura diventa organismo vivente. I suoi paesaggi sono teatri di proliferazione continua, brulicanti di forme ibride che confondono il confine tra naturale e artificiale. Qui la monumentalità non è un espediente scenografico, ma una necessità biologica: solo una scala espansa può accogliere un immaginario che cresce senza argini.
Poi il ritmo si spezza. Con Emanuele Giuffrida, il vuoto acquista centralità: ambienti rarefatti, interni deserti, luci crudeli che trasformano l’assenza in materia visiva. Le sue tele sospendono il tempo e costringono lo spettatore a un confronto silenzioso con lo spazio e la luce, restituendo alla pittura una dimensione meditativa. Di segno opposto, ma complementare, Ariel Cabrera Montejo affronta la storia come un archivio da dissacrare e reinventare: l’iconografia patriottica cubana viene ricomposta in scene ambigue, dove erotismo e memoria si fondono in un linguaggio che trasforma il passato in un campo di tensione critica.
Le masse indistinte di Ruth Beraha si presentano come un esercizio di spersonalizzazione: volti ripetuti fino alla perdita d’identità, un coro visivo che riflette sul potere e sulle sue forme invisibili. Chiara Calore, invece, si muove nelle zone di confine tra umano e inumano: le sue figure ibride, sospese tra animale, vegetale e spirituale, sembrano evocare un’iconografia arcaica e insieme ultramoderna, una pittura che parla di metamorfosi più che di rappresentazione.
Andrea Mastrovito rilegge il gesto infantile del frottage per costruire atlanti concettuali in cui economia e memoria diventano materia pittorica, mentre Pete Wheeler gioca con collisioni e dissonanze tra figurazione e astrazione, spingendo l’immagine verso la soglia della sua dissoluzione. Santiago Ydáñez affronta il volto umano come campo di tensione estrema: deformato, ingigantito, reso icona di una condizione universale di fragilità. Chiude il percorso Federico Guida, con una pittura sospesa, abitata da figure silenziose e dense di una drammaticità che non urla ma persiste, come un’eco antica.
In questo intreccio non c’è gerarchia: le opere non si dispongono in serie, ma si rispondono, generando un tessuto di risonanze che attraversa lo spazio. L’allestimento, volutamente essenziale, amplifica questa coralità: la Chiesa monumentale di San Francesco diventa un luogo di concentrazione, dove la pittura non è oggetto, ma esperienza, un dispositivo che costringe a riconsiderare la postura dello sguardo.
La mostra nasce dalla collezione della Fondazione THE BANK ETS – Istituto per gli Studi sulla Pittura Contemporanea, fondata da Antonio Menon nel 2023. Con oltre 1.300 opere, la Fondazione è un osservatorio dedicato alla pittura figurativa, un archivio critico che promuove progetti espositivi e pubblicazioni capaci di restituire alla pittura il ruolo di linguaggio ancora radicalmente necessario.
Dal 9 agosto, Giganti si configura come un dispositivo capace di sospendere ogni automatismo dello sguardo. Non si tratta di vedere di più, ma di vedere diversamente: di accettare la pittura come campo di esperienza, come struttura che costringe a un confronto diretto e intransigente.
In questo spazio, l’immagine non si limita a esistere: agisce. E nell’attrito che instaura con chi guarda, restituisce alla visione il suo compito critico più radicale.
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