Categorie: Mostre

Berlino: il vissuto di Nan Goldin in sei capitoli alla Neue Nationalgalerie

di - 4 Gennaio 2025

È un’esposizione commovente quella che la Neue Nationalgalerie di Berlino dedica a Nan Goldin in questi mesi: un percorso articolato in sei opere monumentali — in sei tappe— presentate in appositi padiglioni ricoperti da un morbido tessuto nero.

Ideati dall’architetta libanese Hala Wardé, le strutture in questione sono forme che si dilatano e si costringono tra le pareti di vetro della Neue Nationalgalerie: sono spazi che rispondono fisicamente al lavoro che ospitano e che con esso si fondono. Quello che viene a crearsi in questo modo è un vero e proprio «villaggio di slideshows»: un sistema di piccoli cinema che ci permette un lento pellegrinare nell’universo vissuto della Goldin, composto da lutti, devastanti dipendenze, ma anche da una comunità vibrante ed estremamente unita.

Nan Goldin, Greer modeling jewelry, NYC, 1985, Photography from the series “The Other Side” © Nan Goldin. Courtesy the artist

Questa ambivalenza, questa dimensione in bilico tra tragedia e joie de vivre, si riflette nel titolo stesso dell’esposizione: This Will Not End Well, una frase che, nelle intenzioni della Goldin, suona brutale, ma che al tempo stesso si tinge di un tono ironico e leggero.

Primo dei sei capitoli che costituiscono questa retrospettiva è Memory Lost (2019 – 2021): uno slideshow di circa 24 minuti che combina fotografie e registrazioni audio per tracciare un crudo ritratto della dipendenza da oppioidi.
Sua controparte è Sirens (2019 – 2020), in cui è invece il lato seduttivo ed inebriante dell’uso di droghe ad essere messo in risalto, rendendo al contempo omaggio alla top model Donyale Luna, morta tragicamente per un’overdose di eroina nel 1979. Il titolo, poi, è un chiaro riferimento alle sirene della mitologia greca: creature ibride e ammalianti che con il loro dolce canto conducevano i marinai alla morte —un parallelismo diretto con il potere distruttivo delle sostanze che segnarono la vita di Luna.

Nan Goldin, C as Madonna in the dressing room, Bangkok, 1992, Photography from the series “The Other Side” © Nan Goldin. Courtesy the artist

Segue poi Sisters, Saints and Sibyls (2004 – 2022), forse la più emozionante ed intima tra le opere in mostra. Proiettato su tre schermi in uno spazio che ricorda una cappella funeraria, il film è un tributo alla sorella dell’artista, Barbara Holly Goldin, che si tolse la vita a soli 18 anni. Nel film, Goldin intreccia la storia della sorella con quella dell’omonima figura mitologica di Santa Barbara, trasformando in questo modo la tragedia personale in una riflessione universale sul destino delle donne intrappolate—fisicamente, psicologicamente e simbolicamente.

Più innocente è invece lo slideshow Fire Leap (2010 – 2022), composto da una serie di fotografie dedicate ai figli degli amici della Goldin: sono tenere immagini di donne in gravidanza, di madri che allattano e ritratti di bambini intenti a giocare, a socializzare e ad esperire il mondo che li circonda. Si tratta di un lavoro dolce, certo, ma ad essere messa in risalto è anche la fragilità e la vulnerabilità dei soggetti fotografati.

Nan Goldin, Sunny in my room, Paris, 2009, Photography © Nan Goldin. Courtesy the artist

Questo aspetto delicato si incrina cn l’incontro con The Ballad of Sexual Dependency (1981 – 2022), il più celebre tra i lavori della Goldin, che qui riunisce scatti realizzati tra New York, Provincetown, Berlino e Londra, tra gli anni Settanta e Novanta. The Ballad è il diario visivo dell’artista, un’opera in costante evoluzione, continuamente aggiornata e rimontata. Qui, amore e violenza si intrecciano in un ritratto corale di tutte quelle persone che hanno popolato la sua giovinezza.

Queste fotografie, come quelle che compongono l’ultimo lavoro presentato, The Other Side (1992 – 2021), diventano così intime testimonianze del passato e, al tempo stesso, dolorosi memoriali per chi non c’è più. Una sensazione, questa, che si rintraccia nelle parole dell’artista stessa, quando spiega: «Pensavo che non avrei mai potuto perdere qualcuno se l’avessi fotografato abbastanza. In realtà, le mie fotografie mi mostrano quanto ho perso».
Le immagini fotografiche, dunque, funzionano per la Goldin quasi come maschere funerarie: calchi del reale che, con la loro presenza tangibile, ci ricordano ciò che è irrimediabilmente assente. Sono oggetti di memoria implacabili, che, nel ricordarci il passato, ci confrontano brutalmente con la perdita che lo accompagna.

Nan Goldin. This Will Not End Well, Ausstellungsansicht / Exhibition view, Neue Nationalgalerie, 2024, © Staatliche Museen zu Berlin / David von Becker

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