Betty Bee, Untitled, dettaglio, 2024, tecnica mista su tela, cm 150x150
Pugno di ferro in guanto di velluto: sono trascorsi oltre 30 anni dai suoi esordi con Ciao Bucchi – video-documentario con cui, fra vecchio e nuovo millennio, si consacrava fra le artiste più interessanti dell’epoca – ma Betty Bee, la bad girl del mondo dell’arte contemporanea, ha ancora molto da dire. A Napoli, la galleria Umberto Di Marino le dedica un’ampia retrospettiva attraverso cui esplorare le tappe salienti di un percorso artistico profondamente autobiografico ma capace di trattare i temi universali dell’universo femminile e della fragilità della condizione umana.
Alle opere degli anni ’90 e del primo decennio del 2000, si accostano nuove produzioni in cui ritorna l’elemento che, da sempre, la contraddistingue: il fiore. Fiori di campo, ninfee traslucide e fiori di carne su sfondo scuro (Untitled, 2024, tecnica mista su tela) non sono più trattenuti dalle gabbie metalliche e dal filo spinato che li racchiudevano in produzioni passate (Untitled, 2015, tecnica mista su tela) ma si schiudono in tutta la loro vulnerabilità. Ed è proprio questa l’evoluzione di una Betty Bee ormai matura: l’accettazione di una fragilità che c’è sempre stata ma mascherata, un tempo, dalle pose sfacciate in baby doll (Mice Puppet, 1995, stampa lightbox, collezione Antonio Petillo, Napoli) e nei video beffardi in cui balla, sui nomi di tutti gli uomini che ha avuto, Amado mio (Gilda, istallazione video, 1995).
Accostando opere recenti a quelle di un passato più o meno prossimo, il curatore João Laia fa emergere qualcosa che ha sempre contraddistinto Betty Bee, qualcosa che forse, in alcuni casi, ne ha addirittura ostacolato la carriera: l’estrema fedeltà a se stessa. Nata a Napoli, in un contesto di precarietà che non ha mai negato, Betty Bee si sente artista fin da giovanissima. Una strada tutta in salita, percorsa anche quando tutto e tutti – la famiglia, le necessità, gli eventi – le remavano contro.
Nella documentario Betty Bee (sopravvivere d’arte) Ciao Bucchi di Didi Gnocchi, vincitore del Torino Film festival del 1999, l’artista racconta della lotta per autodeterminarsi in quanto donna-artista che, da una parte, vuole emanciparsi dal marchio di sottoproletaria, dall’altra, rivendica il diritto a utilizzare le proprie origini come risorsa e fonte di ispirazione.
Sul diritto alla complessità e alla contraddizione Betty Bee ha sempre lavorato anche con le sue produzioni legate la mondo del femminile. Opere come Lick and go (1997-2004, stampa fotografica su d-bond), Firewoman (2005, stampa fotografica su d-bond) e Tulip (2005, stampa fotografica su d-bond) indagano il complesso universo del desiderio e i precari equilibri fra chi, nel gioco delle parti fra uomo e donna, detiene il potere.
Donna-oggetto e virago, predatrice e preda, alle innumerevoli facce Betty Bee aggiunge quello di madre. Rievocano giochi di bambini, amorevoli bigliettini lasciati sul frigorifero, piccoli regali da scoprire al ritorno da scuola, i delicati Untitled del 2017, in cui l’artista riversa tutto il senso di inadeguatezza e l’incapacità di fermare il tempo nel suo rapporto con le figlie Eleonora e Sara.
Con l’ironia, la forza, la sfacciataggine e il “caratteraccio” che la contraddistinguono, Betty Bee sperimentava da un punto di vista artistico, negli anni ’90, ciò che oggi definiamo transfemminismo intersezionale, ossia l’autodeterminazione in quanto donna nell’ambito della decostruzione di ogni forma di etichetta legata al genere, all’ageismo, all’omolesbotransfobia, alla classe, alla religione.
C’è ancora tanta strada da fare. C’è ancora tanto bisogno di Betty Bee.
La mostra di Betty Bee alla Galleria Umberto Di Marino sarà visitabile fino al 25 gennaio 2025.
La Fondazione Il Bisonte presenta le opere di Lori Lako, Leonardo Meoni, Bianca Migliorini e Chiara Ventura, nella mostra conclusiva…
Margaret Whyte rappresenterà l’Uruguay alla Biennale di Venezia 2026, con un’installazione che intreccia tessuti e resti tecnologici per riflettere sul…
L’inchiesta di Reuters sull'identità di Banksy apre una domanda: a chi giova conoscere il suo vero nome? Un’analisi del suo…
Alla Galleria Heimat di Roma il progetto di Pamela Berry riunisce gli artisti Manuela Kokanovic, Giovanna Bonenti e Benymin Zolfagari…
Il caso del nuovo film di Ryan Coogler, con il numero più alto di sempre di candidature agli Oscar, racconta…
Al Complesso Monumentale del San Giovanni di Catanzaro, il progetto di Matilde de Feo esplora il rapporto tra corpo, immagine,…