Bice Lazzari Misure. Doppio ritmo, 1967 Tempera e matita su tela 75 × 75 cm Collezione National Museum of Women in the Arts, Washington D.C. Credito foto Lee Stalsworth
«Ogni segno è un inizio», verrebbe da dire osservando le superfici tese e vibranti di Bice Lazzari. Inizio di una linea che non delimita ma inaugura, di un colore che non riempie ma respira, di una struttura che non imprigiona ma accorda. La grande retrospettiva che la GNAMC – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma dedica all’artista veneziana mette in scena la nascita e la maturazione di un alfabeto visivo che ha attraversato l’intero Novecento italiano ed europeo con una coerenza tanto silenziosa quanto inesorabile.
Curata da Renato Miracco in collaborazione con l’Archivio Bice Lazzari di Roma, visitabile fino al 3 maggio 2026 e arricchita rispetto alla prima tappa milanese alla Grande Brera con oltre 80 opere aggiuntive, l’esposizione romana riunisce più di 200 lavori, restituendo la complessità di un percorso che dal campo delle arti applicate approda a una delle più alte e rigorose formulazioni dell’astrazione italiana. La scansione cronologica e tematica consente di cogliere l’evoluzione stilistica e la densità intellettuale di una ricerca che ha saputo confrontarsi, senza mai farsi assorbire, con i “linguaggi del suo tempo”.
Nata a Venezia nel 1900 e scomparsa a Roma nel 1981, Bice Lazzari attraversa il secolo breve come una figura appartata e insieme centrale. Iscrittasi nel 1916 ai corsi di decorazione dell’Accademia di Belle Arti di Venezia – poiché quelli di pittura le furono preclusi, ritenuti inadatti a una giovane di buona famiglia per la presenza del nudo – inizia il proprio cammino in un ambito che la cultura del tempo considerava più consono a una donna. E tuttavia, proprio in quella soglia tra arte e artigianato, tra progetto e ornamento, si forma il suo senso della struttura, della misura, della relazione tra segno e superficie.
La sezione al piano rialzato, curata da Mariastella Margozzi, è dedicata a questo fondamentale capitolo: circa cento bozzetti e manufatti – cuscini, gioielli, decorazioni murali, tessuti realizzati anche per Giò Ponti, interventi in spazi pubblici e privati – testimoniano come l’artista abbia saputo trasformare la pratica applicata in laboratorio concettuale. I due monumentali arazzi progettati per la turbonave Raffaello sono vere partiture cromatiche in cui la superficie tessile diventa campo di tensione e ritmo.
È qui che si avverte il primo scarto: nei disegni che superano le volute liberty o le simmetrie déco, affiora una concezione del design come sistema aperto, come organismo strutturale. La linea si emancipa dall’ornamento per farsi segno autonomo, prefigurando quella riduzione essenziale che, negli anni successivi, troverà compimento nelle opere pittoriche.
Dagli esordi figurativi si passa, negli anni Cinquanta e Sessanta, a una progressiva rarefazione. Le superfici si organizzano in campiture sobrie, in equilibri sottili tra pieni e vuoti, tra colore e silenzio. Il confronto con lo Spazialismo – in particolare con l’ambiente veneto – non si traduce mai in adesione programmatica, ma in una riflessione autonoma sulla dimensione della superficie come luogo mentale. In dialogo con le ricerche informali e con le tensioni europee del secondo dopoguerra, Lazzari sviluppa una scrittura pittorica che è insieme costruttiva e lirica.
Dalla metà degli anni Sessanta, l’astrazione geometrica si fa più netta, quasi ascetica. Le celebri composizioni realizzate con semplici aste, linee verticali o oblique che attraversano la tela come corde tese, rappresentano l’approdo a una sintassi elementare e potentissima. Misura, poesia, armonia: termini spesso abusati nella critica d’arte trovano qui una concretezza inattesa. Le linee non sono mai fredde astrazioni ma vibrano come corde musicali, evocando un rapporto profondo tra pittura e musica, già indagato da Mirella Bentivoglio.
In questo senso, l’opera di Bice Lazzari si configura come una partitura. Ogni quadro è un campo di forze in cui il segno non descrive ma struttura, non rappresenta ma genera. La relazione tra immagine e architettura interna del dipinto risponde a un principio etico prima ancora che estetico: il rifiuto di ogni cristallizzazione, di ogni forma socialmente accettata e definitivamente codificata. L’identità pittorica coincide con la ricerca stessa, con una continua germinazione di forme che alludono a un mondo intimo e parallelo.
Non sorprende che critici come Emilio Villa, Giulio Carlo Argan, Enrico Crispolti, Filiberto Menna, Lea Vergine, Simona Weller e Guido Montana abbiano riconosciuto nella sua opera una delle traiettorie più coerenti dell’astrattismo italiano. Né che Palma Bucarelli – figura decisiva nella storia della GNAMC – abbia scelto un’opera di Lazzari per la propria collezione personale, ora esposta per la prima volta in questa retrospettiva: un gesto che suggella una consonanza intellettuale tra due donne capaci di abitare con lucidità e fermezza un sistema culturale ancora fortemente segnato da disparità di genere.
Il tema della condizione femminile, tuttavia, non si traduce mai in proclama. Come ha osservato Simona Weller, il «Femminismo di Bice, malgrado la sua intenzione di nasconderlo», si manifesta nel fare quotidiano, nella perseveranza della ricerca, nella scelta di non arretrare rispetto alla propria visione. Lea Vergine, includendola nella storica mostra L’altra metà dell’avanguardia (1980), ne ha riconosciuto il ruolo di protagonista in quella costellazione di artiste che tra il 1969 e il 1980 ridefinirono il panorama dell’arte italiana.
La risonanza internazionale dell’opera di Lazzari è attestata dalle recenti mostre alla Phillips Collection di Washington (2021), alla Estorick Collection di Londra (2022), dalla partecipazione a Women in Abstraction al Centre Pompidou e dalla sua presenza, unica donna, nella mostra Kandinsky e l’avventura astratta alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia nel 2003. La retrospettiva romana si inserisce dunque in un processo di riscrittura critica che restituisce all’artista la statura che le compete nel canone del Novecento.
A completare il percorso espositivo, una grande pittura murale di circa quattro metri offre una sintesi monumentale della sua ricerca. Qui il segno si espande nello spazio architettonico, trasformando la parete in campo vibratile. È un’opera che dialoga con l’intero edificio museale, ribadendo la vocazione strutturale della sua pittura.
Il catalogo, edito da Allemandi, raccoglie i contributi di Dorothy Kosinsky e Christine Macel, membri del comitato scientifico, mentre le audioguide registrate dal curatore intrecciano lettura critica e brani dell’autobiografia dell’artista, offrendo una chiave interpretativa che coniuga rigore e intimità. Il sostegno di Gucci, main sponsor, insieme al contributo di PwC Italia e dello sponsor tecnico MAG, testimonia l’ampiezza di un progetto che coinvolge istituzioni e collezioni internazionali – da Ca’ Pesaro al Guggenheim di New York, fino al National Museum Women in the Arts di Washington.
«La GNAMC rende omaggio a un’artista di straordinaria rilevanza», ha dichiarato la direttrice Renata Cristina Mazzantini, sottolineando il contributo decisivo di Lazzari allo sviluppo dell’arte italiana del dopoguerra. Renato Miracco, che da oltre 20 anni ne studia l’opera, insiste sulla dimensione di continua scoperta che caratterizza il confronto con la sua produzione: un laboratorio permanente in cui il colore diventa mezzo espressivo assoluto e il segno genera visioni aperte, prive di esitazioni.
In un’epoca incline alla spettacolarizzazione e alla saturazione visiva, l’opera di Bice Lazzari appare oggi come un esercizio di concentrazione. Le sue linee, le sue campiture, le sue aste sottili chiedono tempo, silenzio, ascolto. Non gridano, non seducono con effetti immediati, costruiscono piuttosto uno spazio mentale in cui lo sguardo può sostare.
La retrospettiva della GNAMC rappresenta un invito a ripensare l’intero affresco dell’arte italiana ed europea tra il 1940 e il 1980. Decodificando i canoni pittorici che attraversano la sua opera, si delinea un quadro omnicomprensivo in cui movimenti, tendenze e assonanze trovano una sintesi inattesa. La figura di Bice Lazzari emerge così come nodo cruciale di una rete di relazioni culturali e linguistiche.
Alla fine del percorso, ciò che rimane è la sensazione di aver assistito non solo all’evoluzione di uno stile ma alla costruzione di una coscienza. Un’artista che ha saputo trasformare le limitazioni imposte dal proprio tempo in occasione di rigore, che ha fatto della misura una forma di libertà e della linea un atto di resistenza poetica. Nel suo alfabeto essenziale, il Novecento trova una delle sue espressioni più pure e necessarie.
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