Peter Dreher, 100 Days. Installation view, Casa Mutina Milano. Ph. Delfino Sisto Legnani
Il primo bicchiere, vuoto e messo su un tavolo di fronte a un muro bianco, Peter Dreher lo dipinse nel 1972, poi, dal 1974, lo ridipinse ogni anno decine e decine di volte, di giorno e notte, nelle medesime condizioni, nella medesima posizione e con il medesimo punto di vista: Tag um Tag ist guter Tag – Day by day good day è stato il suo progetto di vita.
Cento di queste tele – complessivamente ne esistono quasi 5.000 – sono esposte a casa Mutina Milano, in una sequenza ipnotica, a cura di Sarah Cosulich, che prende il titolo di 100 Days e si articola attraverso cinque sale, interconnesse e ognuna rivestita con una collezione ceramica di Mutina diversa. Esposte in ordine cronoloigco, dagli anni ’80 al 2012, le cromie pittoriche di ogni tela dialogano, silenziosamente ed elegantemente, con i pattern delle ceramiche di Tokujin Yoshioka o Konstatin Grcic per esempio, accompagnando l’occhio a cogliere le diversità di ciascun bicchiere dopo la prima ed errata impressione del sempre uguale.
Realista, concettuale, finanche astratta – nei termini secondo cui lo stesso artista affermava che «per dipingere un quadro nella sua massima semplicità lo si deve svuotare del suo valore e di ogni significato. Lo si deve dipingere ancora una volta. E ancora un’altra, e un’altra, cento, mille volte. Così rimane il quadro che non sarà nient’altro che un quadro. Un oggetto come un qualunque altro oggettoı – l’operazione di Dreher si avvicina alle ricerche di Roman Opalka e On-Kawara nella direzione di una ripetizione tanto metodica quanto compulsiva che carica il dipinto di un bicchiere di sempre nuovi significati che sollecitano un atteggiamento empatico. L’attenzione visiva è alimentata dalla curiosità intellettuale ed emotiva che si muove tra realtà e rappresentazione alla ricerca – proprio come Dreher – di qualcosa che abbia a che fare con la realtà della temporalità e del suo passaggio.
Sentiamo il tempo come l’involucro che più di ogni altro ci contiene, come la dimensione che ci designa, nel tempo siamo gettati e siamo addirittura fatti di ciò che passa, eppure abbiamo paura del tempo. Anche Dreher, che lo esorcizza con un esercizio che si rispecchia nel fondamentale insegnamento Zen di esperire il momento presente e di cercare l’illuminazione attraverso l’osservazione diretta e la meditazione.
Testando i limiti tra soggettività e distanza, illusione e astrazione, sguardo e percezione, Dreher sembra aver cercato la prova, in una pittura ossessionata, dell’uguaglianza rispetto al giorno prima. In 100 Days, e più in generale in Tag um Tag ist guter Tag – Day by day good day, la temporalità indossa le vesti della ripetizione, uguale ma sempre diversa, unica, proprio come un autoritratto: piccoli dettagli tradiscono sempre la distanza tra l’impermutabile vetro del bicchiere e la temporaneità dell’esistenza umana.
In questa avvincente sfida con il tempo e per il tempo – Jeanne Hersch diceva a tal proposito «Noi non sopportiamo né la fuga del tempo né la sua permanenza: la fuga sprofonda la nostra anima nel lutto, e la permanenza la soffoca. Non sappiamo mai se il tempo passa troppo in fretta, o troppo lentamente, e rimaniamo senza fiato quando cerchiamo di trattenerlo, o di sospingerlo in avanti» – la luce diversa, il riflesso diverso o l’ombra diversa traducono la necessaria continuità della vita, con cui il nostro sguardo cerca una relazione costante e interminabile.
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