Dala Nasser, Xíloma. MCCCLXXXVI, Kunsthalle Basel, 2025.
Nel cuore di Basilea, all’interno di un edificio neoclassico dalla storia lunga oltre un secolo, la Kunsthalle Basel, fondata nel 1872 e da sempre dedicata alla promozione delle pratiche più sperimentali della scena contemporanea, accoglie Xíloma. MCCCLXXXVI, prima personale in Svizzera dell’artista libanese Dala Nasser. Il progetto, in corso fino al 10 agosto 2025, s’inserisce nel programma estivo dello spazio e sarà uno degli appuntamenti da non perdere durante la settimana di Art Basel, a partire dal 19 giugno.
La mostra prende le mosse da un mosaico pavimentale del VI secolo, proveniente dalla cosiddetta Chiesa di San Cristoforo a Qabr Hiram, nel Sud del Libano, un’area di confine storicamente segnata da tensioni legate alla vicinanza con Israele, alla presenza di milizie come Hezbollah e a dispute territoriali che ne hanno compromesso l’accesso e la tutela del patrimonio. Il mosaico, scoperto nel 1861 dall’archeologo francese Melchior de Vogüé e trasferito al Louvre nel 1864, è oggi li conservato nella sezione delle arti del Vicino Oriente. Per oltre tredici secoli ha fatto parte del paesaggio locale prima di essere rimosso e musealizzato. Copiosamente decorato con motivi geometrici, animali e figure umane, è considerato uno degli esempi più significativi dell’arte musiva bizantina in Libano. Il titolo dell’opera, MCCCLXXXVI, allude, con intenzionale incertezza, alla presunta distruzione della chiesa, diventando una misura del tempo, e anche della distanza, della perdita e dello scarto culturale.
Xíloma, MCCCLXXXVI si articola nelle tre sale principali della Kunsthalle, ognuna definita da un paesaggio sonoro diverso, realizzato in collaborazione con l’architetto e musicista Mhamad Safa. Voci spezzate, canti bizantini, suoni del Mediterraneo e registrazioni ambientali raccolte al Louvre disegnano ambienti sonori autonomi che si succedono e si trasformano. Il suono non accompagna l’opera, ne determina piuttosto la struttura interna, seguendo il ritmo del suo progressivo svuotamento da una presenza materica a una condizione più rarefatta, di frammenti e tracce. Questo lento disfarsi diventa parte del racconto, una riflessione sulle migrazioni forzate degli oggetti archeologici, rimossi dal loro contesto d’origine e custoditi nei musei occidentali. Un paradosso che l’artista mette a nudo. Se i reperti attraversano i confini, chi abita quei territori spesso non può farlo. L’installazione si muove così tra ciò che resta e ciò che manca, tra ciò che può circolare e ciò che viene fermato.
Xíloma, dal greco “legno inciso”, prende forma come un’architettura temporanea fatta di indizi. Grandi teli tinti con pigmenti naturali, terra, cenere, piante, si alternano a una serie di cianotipie, stampate a grandezza naturale. Per la prima volta, l’artista sostituisce il frottage con questa tecnica fotografica ottocentesca, riconoscibile dal blu di Prussia intenso. Alcune immagini possono essere calpestate, riproducono il disegno originale del mosaico di Qabr Hiram, restituendo provvisoriamente forma a ciò che è andato perduto. In questo processo, la luce e il tempo diventano strumenti di impressione e trascrizione.
Come già nell’installazione Adonis River (2023), presentata alla Renaissance Society dell’Università di Chicago, Dala Nasser mette in discussione la capacità del linguaggio verbale di contenere l’esperienza della perdita. Sono piuttosto le superfici a conservare le tracce dei gesti, dei passaggi, dei racconti passati. Una pittura che si è fatta archivio vulnerabile, esposto al tempo e all’erosione.
Formatasi tra la Slade School of Fine Art di Londra e Yale University, dove ha completato un MFA in pittura, Nasser ha esposto al Kölnischer Kunstverein, alla Renaissance Society, e in contesti internazionali come la Sharjah Biennial e la Diriyah Contemporary Art Biennale. La sua ricerca si concentra su paesaggi segnati da conflitti, architetture compromesse, territori sospesi tra storia, memoria e abbandono.
Questa non è una mostra sulle rovine infatti. Del resto, Dala Nasser si esprime per livelli evitando ogni enfasi, lasciando affiorare ciò che resta. In un tempo segnato dalla dislocazione e dalla cancellazione, il suo gesto, misurato e necessario, restituisce corpo alla mancanza destinandoci un contro-monumento potente e delicato.
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