Dimitra Charamandas, Muro (Niches), 2026 Acrylic and shellac on wood, 14x19cm Installation view at Artopia Ph. Michela Pedranti Courtesy the artist, Artopia Gallery, Milano and Gypsum Gallery, Cairo
C’è una parola che attraversa Porous Kinship e ne definisce da subito l’orizzonte: porosità. Non come semplice qualità della materia ma come condizione dell’esistenza, come possibilità di pensare il corpo non più separato dal mondo, bensì continuamente attraversato da ciò che lo circonda. È da questa soglia mobile che prende forma la nuova mostra collettiva di Artopia, a cura di Maddalena Iodice, aperta dal 19 marzo all’8 maggio 2026 negli spazi di via Lazzaro Papi 2, a Milano. Qui, cinque artiste internazionali — Kesewa Aboah, Alberte Agerskov, Aléa Work, Dimitra Charamandas e Diana Policarpo — costruiscono un percorso che mette in tensione il legame tra corpo, ambiente e immaginazione ecologica.
Il punto di partenza curatoriale è l’idea che la materia non sia mai davvero inerte ma attraversata da risonanze, capacità di risposta, memorie e trasformazioni. Nel testo che accompagna la mostra, Iodice richiama un pensiero che tiene insieme antropomorfismo, pratiche somatiche ed ecologia, suggerendo che il corpo umano e il paesaggio condividano una stessa sostanza sensibile: siamo, in fondo, “minerali, corpo, mondo”. Da qui nasce una mostra che invita a leggere il naturale e il più-che-umano non come sfondo ma come presenza attiva, interlocutrice, forza con cui entrare in relazione.
Le opere riunite in mostra articolano questa prospettiva attraverso linguaggi diversi: pittura, scultura, installazione e video, con una comune attenzione per il contatto, la reciprocità e la trasformazione. Nelle incisioni su metallo di Kesewa Aboah, il corpo diventa superficie di deposito e di memoria. Nella pratica di Alberte Agerskov, invece, è la relazione tra la calce del marmo e l’acidità dell’acqua a rendere visibile una trasformazione lenta e reciproca, in cui viene meno la distinzione netta tra agente e reagente. In entrambi i casi, la materia non è un supporto passivo ma il luogo stesso in cui l’incontro lascia traccia.
Questa idea di co-autorialità si radicalizza nel lavoro di Aléa Work, dove il micelio entra nel processo come forza attivante, capace di modificare il tessuto e di ridefinire il modo in cui i materiali vengono usati, letti e valorizzati. Nei dipinti di Dimitra Charamandas, invece, la geologia assume una qualità quasi corporea: fratture del suolo, flussi d’acqua e pendii diventano forme affettive, topografie liminali in cui terra e corpo sembrano specchiarsi. È una pittura che non descrive il paesaggio ma lo restituisce come zona sensibile, come condensazione emotiva e politica.
A chiudere il percorso è il video di Diana Policarpo, che affida la narrazione a una piccola isola dell’arcipelago delle Selvagens, trasformandola in soggetto narrante. In When the Sea Swallows (2022), mito, mutamento ambientale e relazioni interspecie si intrecciano in una prospettiva eco-centrica che sposta il punto di vista umano dal centro del discorso. È uno slittamento fondamentale, perché chiarisce bene la direzione dell’intera mostra: non si tratta di rappresentare la natura ma di interrogare le forme di convivenza, dipendenza e vulnerabilità che ci legano a essa.
In questo senso, Porous Kinship si inserisce con coerenza nella ricerca di Artopia, galleria attenta alle pratiche site specific e alle intersezioni tra ecosistemi geografici, culturali ed emotivi. La mostra è pensata in stretta relazione con l’architettura dello spazio e si sviluppa come un racconto capace di attivare il luogo. Il risultato è una collettiva compatta ma stratificata che evita il tono illustrativo per aprire una riflessione più ampia sulla possibilità di sentire il mondo non come qualcosa di esterno da osservare ma come una materia viva di cui siamo già parte.
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