Karen LaMonte, Nocturnes. Installation view, Museo Correr, Venezia
In semitrasparenza, i corpi femminili accennati nelle sculture di Karen LaMonte modellano eleganti vestiti e drappeggi. Sono abiti da sera – notturni appunto, come il titolo della mostra – che si dispiegano in sinuose pieghe all’interno delle sale canoviane del Museo Correr, dando vita a un dialogo diretto tra Neoclassicismo e contemporaneo. Curata da Chiara Squarcina ed Eraldo Mauro, la mostra Nocturnes accoglie quattro sculture realizzate in vetro, dalle tonalità profonde del blu e del grigio, colori che evocano la quiete e il mistero del crepuscolo. Le opere dialogano con alcuni dei gruppi scultorei più celebri di Antonio Canova, come Orfeo ed Euridice e Dedalo e Icaro, e con le fotografie di Fabrizio Zonta, instaurando un confronto tra epoche e linguaggi diversi.
Il dialogo con Antonio Canova non si risolve in una semplice citazione formale dei panneggi, ma si gioca su un piano concettuale più sottile. Se Canova affidava alla pienezza del corpo la costruzione dell’emotività, – nella disperazione di Orfeo che perde Euridice per sempre, o nel dubbio di Dedalo, padre esitante di fronte alla compiutezza dell’artificio delle ali donate al figlio – facendo emergere il pathos attraverso il gesto, la tensione muscolare e l’espressione, LaMonte opera per sottrazione.
Il corpo scompare, lasciando che siano le vesti a trattenere la memoria di una presenza e a suggerire un’emozione che non si manifesta ma si percepisce. Figure evanescenti si materializzano grazie alla presenza dei vestiti, rimandando, nella loro leggerezza, a echi lontani, a epoche vissute. Nell’osservare le opere dell’artista statunitense, la luce, modulata con precisione, diventa parte integrante dell’opera: attraversa la materia trasparente del vetro, ne rivela le superfici, suggerendo un movimento lieve, quasi impercettibile, come un respiro o una brezza che sfiora i tessuti e i drappeggi. Ed è proprio attraverso i vestiti che l’antichità riaffiora nelle opere: i tessuti e le pieghe, così come le forme dei corpi appena accennati, traggono ispirazione dai modelli classici. Alcune sculture appaiono reclinate, come adagiate su un triclinio, altre in piedi, nella posa elegante di una ninfa fidiaca, con tessuti aderenti al busto – simili ai panneggi bagnati che avvolgono le statue femminili del Partenone – che lasciano intravedere le sinuose forme del corpo, richiamando la perfezione e la grazia della scultura antica.
È dunque nell’assenza che si percepisce un universo celato, racchiuso nelle sculture, dove la luce del vetro riflette, trattiene e restituisce una presenza silenziosa, fatta di memoria, tempo e sospensione. Inserita nel programma di valorizzazione delle sale canoviane promosso dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, la mostra conferma l’interesse di LaMonte per una scultura che, pur muovendosi entro una forte tradizione formale, interroga temi profondamente contemporanei: l’identità, il genere, la costruzione dell’immagine del corpo. Una ricerca avviata già alla fine degli anni Novanta con opere come Vestige e con il ciclo Absence Adorned, in cui l’abito diventa dispositivo concettuale capace di mettere in crisi la centralità del corpo e la sua rappresentazione.
In Nocturnes, questa riflessione trova un contesto particolarmente efficace: il dialogo con Canova non è un confronto diretto sul piano della forma o dell’emotività, ma un serrato scambio di strategie visive: mentre Canova costruiva pathos attraverso il corpo, LaMonte lo evoca nell’assenza, costringendo lo spettatore a una lettura più attenta, critica e partecipata delle opere. È una riflessione sul presente che passa attraverso l’eredità del passato, e sulla capacità della scultura contemporanea di reinventare il linguaggio classico.
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