TOMMASO CALABRO, Ismaele Nones. What we hold, what we lose, exhibition view
Fin dall’infanzia, Ismaele Nones (Trento, 1992) cresce nella bottega del padre iconografo, a contatto con codici miniati, pittura sacra e modelli canonici, attingendo ad un’eredità artistica che influenzerà profondamente la sua ricerca.
Le radici del suo linguaggio le incontriamo già l’opera che apre il percorso della mostra What we hold, what we lose, un omaggio alla tradizione bizantina del mosaico: Verso l’Alto, verso la Terra: Sguardo al Firmamento, un’imponente opera musiva presentata recentemente al Battistero degli Ariani in occasione della IX Biennale di Mosaico Contemporaneo (ottobre 2025 – gennaio 2026). Il mosaico nasce da un disegno originale di Nones, che ha lavorato a quattro mani con il Gruppo Mosaicisti Ravenna di Marco Santi per dare corpo alla sua visione. L’opera ci introduce alle tematiche più care all’artista: l’incontro tra il cielo e la terra, il firmamento e la carne, svelando fin dal primo sguardo il dualismo tra sacro e umano che attraversa tutto il suo lavoro.
In I’m fine, I’m just dying la stasi ieratica e quieta della donna si contrappone all’aggressione famelica del leone sulla gazzella, creando una tacita tensione tra il conflitto animale e un idillio umano quasi disturbante. L’armonia severa delle forme fonde i due poli della composizione creando una solennità ipnotica. I corpi, privi di plasticità e volumetria aleggiano su una vegetazione stilizzata, ornamentale, accentuando il disinteresse di Nones verso il dato reale a favore di una narrazione costruita su pesi simbolicipiuttosto che fisici. Nel titolo I’m fine, I’m just dying una cinica ironia dissacra e oltrepassa l’antico, riportandoci alla fragilità del presente e alla sua inesorabile caducità. Le figure che abitano la tela si fanno stigma e allegoria di un contemporaneo scisso tra guerra e posata indifferenza.
Ma la poetica dell’artista non si limita al recupero dell’antico: lo manipola e lo ricodifica attraverso un fervido dialogo con il contemporaneo e le sue icone pop. Come racconta Nones: «Quando realizzo un’opera, la circondo di riferimenti che possono spaziare dalla Venere di Giorgione ad una campagna fotografica per il lancio di un profumo».
Nel Bacio l’artista si confronta con la storia dell’arte attraverso riferimenti iconografici che spaziano da Hayez e Klimt, sino alla sintesi pop di Roy Lichtestein. Tuttavia, Nones rifugge la passionalità emotiva presente nelle citazioni, negando alla coppiail dolce abbandono di un abbraccio. I loro sguardi non si cercano ma sembrano perdersi inseguendo il nostro.
La compostezza da fermo immagine riprende la solennità tipica dei suoi soggetti, ma agendo qui da elemento straniante che congela i volti e li separa tra loro proprio nel frangente più tenero e intimo. Con la lingua appena accennata fuori dalle labbra si prendono beffa di noi, piegando il pathos emotivo ad un’ironia fredda e aggraziata.
La grammatica visiva di Ismaele Nones affonda dunque le radici nell’iconografia sacra, attraversando i linguaggi contemporanei e, così, l’artista si serve della storia dell’arte per tradurre le fragilità del nostro tempo in simboli universali ed eterni.
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