Categorie: Mostre

Dalla luccicanza all’ultraviolenza: Black Square di Nicola Samorì a Napoli

di - 29 Giugno 2020

Ci sono momenti in cui vuoi fare una domanda e per qualche strano motivo non la fai. Ma poi quella domanda ti rimane dentro, ti scava, ti si ritorce contro. A pochi metri da Nicola Samorì, tra le statue di Villa dei Papiri, c’è l’Hermes in riposo, una delle statue più luminose del MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli, copia in bronzo di un probabile originale di Lisippo. È veramente difficile ignorarne la presenza. Eppure, Nicola Samorì, finissimo scultore, durante tutta la presentazione della sua mostra “Black Square”, visitabile in due tappe, al MANN e da Made in Cloister, a cura di Demetrio Paparoni, non ha mai posato lo sguardo sul giovane messaggero degli dei, poggiato su una roccia.

A dire il vero, nemmeno il tempo sembra essersi accorto di questo gioiello della scultura antica, perfettamente integro e ai limiti della perfezione formale. Una bellezza incontaminata, probabilmente così “forte e seducente da paralizzare l’offesa”. Immagino risponderebbe in questo modo Samorì, che spesso decide di risparmiare qualche copia da quel coma indotto, quel processo di distruzione creativa a cui l’artista sottopone perfette riproduzioni di dipinti cinque-seicenteschi, tra Aert Pietersz, Hans Holbein, Luca Giordano, Ribera. Eppure questa risposta immaginaria non mi soddisfa.

Kàiros e crònos al Museo Archeologico Nazionale

Qui, nella sala dedicata alla Villa dei Papiri, tra i nobili bronzi ercolanesi, l’artista di Forlì si è finto camaleonte, non con gli oli del Velázquez o del Vermeer ma plasmando pietra, minerali e marmo rosa. Busti cavi, maschere naturali, volti scavati e corpi ossificati, che più che sfidare quella che egli definisce la «stanchezza delle immagini» – grave malattia contemporanea degli occhi e dell’anima – sembrano invece sottolinearne la stanchezza della materia, sfuggente, dispettosa, mai doma.

In questo prologo/epilogo della mostra “Black Square”, sono i vuoti a realizzare forma, linea ed espressione. La forza di queste figure promana dalle lacerazioni e dai cedimenti di quei materiali, il marmo bianco, la pietra ignea e porosa, da sempre sedimentazioni strutturali e ideologiche della Neapolis antica e moderna. Le superfici cromate dal tempo e dagli elementi sostanziano così, tra kàiros e crònos, tra creazione e consunzione, nel racconto plastico dell’artista.

La luccicanza del Barocco, a Santa Caterina a Formiello

Quella stessa superficie, quella “luccicanza” dell’Hermes è dono pregiato proprio della catastrofe vesuviana del 79 d.C. e, nella grammatica samoriana, la creazione precede e segue sempre ogni distruzione. Così, proprio attraverso il richiamo di quella massa vulcanica, un grande tappeto di lapilli neri, l’artista introduce simbolicamente il visitatore all’esposizione presente nel chiostro piccolo di Santa Caterina a Formiello, sede di Made in Cloister.

Il cruento abecedario dell’artista, dal Marsia punito alla testa di San Gennaro, dal corpo di Cristo alla Danza della Morte, armonizzato con le pareti e i pilastri di forme mormandee, si mostra nel suo richiamo a quella potente atmosfera che fu il barocco napoletano, potentissima macchina di propaganda estetica e di meraviglia politica. Un abbraccio a cui l’artista non si sottrae ma che rivolta a suo modo, attraverso riletture spurie e inquinate.

Drummer, la grande statua posta sotto la capriata lignea gioca infatti subito al tradimento, catturando per postura un anti-barocco senso ieratico del centro e, per simbologie, stratificando iconografia medievale nordica e scenografie metropolitane fanzaghiane, in un complesso mixage di polimeri termoplastici e lapilli, ferro e pozzolana.

E se le superfici di un Luca Giordano nel San Bartolomeo o di uno Spagnoletto nel San Paolo Eremita si esprimono nella luminose trame del soma e, di contro, nella riduzione di ogni oscurità mortuaria a semplice quinta, a innocuo trompe l’oeil, allora Samorì, attraverso aggiunte di senso stratificato, di epidermidi in zolfo e bronzo, inverte l’ordine del discorso, tralasciando la potenza espressiva del colore sullo sfondo e riponendo lo spazio nero dello scavo e del vuoto nel centro scenico.

Per lo storico dell’arte Daniel J. Schreiber, Samorì «trasferisce ogni volta la forza catastrofica dallo spazio illusorio al mondo reale dell’osservatore». Ma qui, nel chiostro cinquecentesco, teschi, braccia, sangue raggrumato, occhi impauriti, segni di fuoco e forme di rocce e metallo non si esprimono solo come spazio allegorico ma fungono anche da Stargate, da porta dimensionale. Non alla volta di una Napoli neo-barocca seicentesca, travolta dalle urla dei mercati del pesce, dai silenzi delle arcate stuccate o dal rumore delle corazze spagnole.

Napoli Crossover

Da questa bellezza di sangue e pelle strappata, la Napoli che si rifrange nel prisma chiaroscuro, nel “Black Square” di Nicola Samorì non è in decadenza, anzi, sembra zampillare energia vitale e, più che squarci, sembra prodursi in un’esplosione di tonalità multi-materiali, capace di bucare quegli strati oleografici e polverosi con cui molti e troppi artisti o poeti hanno cercato di tingerla, soffocandola.

Più che violenza, quella di Samorì sembra dunque l’ultraviolenza di Alex di Arancia Meccanica ma senza Bach o Beethoven come soundtrack, bensì con un furioso crossover in stile Nine Inch Nails o addirittura White Zombie, a guidare la sua mano e i nostri occhi straniti. E quando, infine, si esce attraversando la sacrestia della chiesa, come retropensiero di tutta la faccenda, rimane in vita la domanda che non è stata fatta: Chissà cosa pensa Samorì dell’Hermes in riposo.

“Black Square”, di Nicola Samorì, sarà visitabile fino al 4 luglio 2020. Per informazioni sugli accessi, vi consigliamo di contattare le sedi espositive.

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